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 Le ideologie

 I partiti politici

 Stato e competenze

 Una politica nuova

 Un nuovo patto sociale

 La trasformazione in atto

Una politica nuova

Abbiamo parlato finora di ideologie; tutto il nostro sistema politico, e sociale, si è fino ad oggi fondato su queste ideologie. O meglio si è fondato sulla contrapposizione ideologica esistente nella società, ed ereditata dalla storia recente di questo secolo. Abbiamo detto in apertura di come il nostro modello partitico sia stato per lunghi anni fondato su un centro che faceva da ago della bilancia tra la destra e la sinistra politiche, baluardo di tutte le paure ideologiche, sapientemente alimentate, che derivavano dai danni recenti che queste avevano causato; paura del fascismo, di quanto esso avesse significato per il nostro paese, paura del comunismo, di quanto esso, come perdita di privilegi economici, potesse significare per un paese in cui la classe media è una tra le più ampie in Europa. Il potere che è rimasto in auge per sessanta anni in Italia si è alimentato elettoralmente di queste paure, oltre che naturalmente di un sistema clientelare poi esploso. Dobbiamo anche dire che questo modello è stato favorito dal fatto che nel nostro paese non sono mai veramente esistite una destra liberale ed una sinistra riformista che consentissero di fugare la paura del radicalismo; il grande centro rimaneva il rifugio politico sicuro per gli italiani.

Il sistema politico è stato per lungo tempo qualcosa a sé stante sia dallo Stato che dalla società civile. Un potere avulso da entrambi, che ha cercato di condizionarli ed al tempo stesso ne era condizionato; si badi bene, condizionare, non governare, non guidare. Nell’accezione condizionare c’è al tempo stesso la distanza e l’ingerenza, ossia connotazioni negative dell’influenza, rapporto che normalmente dovrebbe legare tra loro i tre sistemi, dei partiti, dello Stato, della società civile; delegando al primo il compito di guidare, governandola, la trasformazione che la storia impone alla società ed all’apparato dello Stato. E’ così che questi tre sistemi – partiti, società civile e Stato – queste tre monadi, si sono allontanate, impedendo la comunicazione ed il naturale flusso di alimentazione tra essi. Questa situazione è caduta in crisi politicamente, prima ancora che per le grandi inchieste giudiziarie sulla corruzione. Che quel sistema di corruttele non sia venuto alla luce con i processi ma fosse diffusamente conosciuto è un dato di fatto storico. Solo che è dovuta cadere anche l’ultima delle barriere ideologiche, quella comunista, affinché un vento nuovo potesse cominciare a spirare anche da noi. E di quel sistema che si professava baluardo della società occidentale, e che in nome di questa aveva costruito un sistema clientelare e corrotto a tutti i livelli, non se n’è capita più l’esigenza; la gente non è stata più disposta ad accettare il sopruso e l’arroganza dei pochi verso i molti. Così si è espressa ai referendum del ‘93, con un chiaro messaggio di rifiuto verso tutta la classe politica, verso quella politica fatta di interessi particolari contro quelli generali, che da tanti anni era abituata a sopportare. E’ stato questo nuovo clima, questo nuovo sentire politico, a rendere possibili le inchieste giudiziarie. Senza questo contesto tutto quello che è accaduto non sarebbe stato possibile, perché troppo diffuso e radicato era il malcostume; non solo, ma nel mantenimento della libertà aveva il suo fondamento e la sua necessità. Morte le cause di quelle paure, morta anche l’ultima delle ideologie, non ce n’era più la necessità; ed il sistema politico è saltato in aria.

Il problema vero è che smantellato un sistema non se n’è fatto uno nuovo. Ovvero sostituiti i personaggi tutto è rimasto come prima. Sono a volte cambiati i simboli, ma un progetto politico nuovo non c’è. E’ un po' come se volessimo ricostruire una palafitta partendo dai pali di quella precedente; la forma che andremmo a realizzare non potrebbe essere molto diversa da quella che era. Per questo bisogna prima decidere la forma che vogliamo creare, ossia il progetto politico, e poi piantare i paletti che servono per sostenere quella nuova palafitta. Invece tutto è ancora lì come prima. La famosa tanto agognata seconda Repubblica è ancora lontana a venire, e lo rimarrà finché i partiti saranno occupati a svestirsi dei loro precedenti panni e lanciarsi accuse su quelli che si nascondono sotto gli apparenti vestiti. Basta vedere come nella propaganda elettorale l’attività preminente è accusare l’altro di essere ancora quello che era. Ma non c’è un progetto, nessuno ha un progetto politico.

Prima abbiamo affermato che i partiti sono organizzazioni strutturate verticalmente, cerchiamo ora di spiegarci meglio. Un’organizzazione, qualsiasi sia la sua attività, è tanto più salda ed efficiente quanto più è strutturata e le sue procedure consuete. I nostri partiti vengono da sessanta anni di storia durante i quali ognuno di essi si caratterizzava in quanto era portatore di un insieme di interessi, che poi assumevano un connotato ideologico a cui si ispiravano. L’elemento ideologico veniva posto quale identità del partito e su questo si costruivano i programmi e l’organizzazione, la quale era particolarmente impegnata nella gestione dell’elettorato e nel controllo delle attività nel territorio. Non a caso i partiti con maggiore identità ideologica sono stati quelli con una organizzazione più salda, radicata sul territorio, e verticistica; infatti l’attività politica degli iscritti esisteva anche nelle sedi più remote, e questo metteva tutta l’organizzazione del partito più a contatto in tutti i suoi anelli, rendendola efficiente e vibrante nella sua attività. E’ chiaro che un partito ideologicamente connotato ha bisogno di una organizzazione molto verticale; le strategie vengono decise ai vertici e l’organizzazione deve recepire le decisioni ed implementarle. L’elemento controproducente di un’organizzazione molto verticale è sia la scarsa flessibilità a riorganizzarsi, sia il distacco che esiste, proprio a causa delle strutture, fra i vertici e la base. Oggi che assistiamo ad una perdita del connotato ideologico risulta chiaro che di organizzazioni partitiche così strutturate verticalmente non ce n’è più bisogno. Quello che sta succedendo in politica, e la legge maggioritaria lo esaspera, è lo spostamento di parte dell’elettorato da uno schieramento all’altro in funzione dei programmi e degli uomini che professano i valori alla base. Ecco perciò che i partiti verticali perdono di valenza; perché decade il concetto di trasmissione delle decisioni prese dal vertice. Con l’espansione del contributo dei media nelle campagne elettorali, inoltre, non è più necessaria un’organizzazione così fatta per trasmettere all’elettorato i propri messaggi; che poi questa sia utile a fini propagandistici è un fatto inequivocabile, ma non lo è dal punto di vista della progettualità politica di questi partiti. Ecco allora che devono nascere organizzazioni politiche nuove, più piatte, meno verticistiche, in cui la distanza tra la base ed il vertice dell’organizzazione deve essere minima. Questi partiti devono essere portatori di valori, di quei valori che abbiamo detto sono fondamentali per lo sviluppo della società. L’organizzazione del partito non deve servire a trasmettere delle decisioni, ma deve essere uno strumento di rilevazione delle esigenze che vengono dalla base; ecco perché deve essere piatta: perché gli ingranaggi organizzativi non devono essere tali e tanti da distorcere queste esigenze, bensì devono trasmetterle al vertice affinché questo percepisca gli avvenuti mutamenti della società, ed orienti i propri programmi alla soddisfazione di tali bisogni dei cittadini.

Le nuove tecnologie di comunicazione possono favorire questo processo, e lo sviluppo di Internet favorisce l’accesso ai contenuti e l’aggregazione degli individui. In questo senso le tecnologie stanno trasformando la comunicazione da un modello di tipo broadcasting, tipico dei vecchi media, ad un modello narrowcasting e soprattutto interattivo.

La componente dell’interattività, unita alla comunicazione uno a molti, e contemporaneamente uno a uno, può realizzare quel modello di democrazia diretta - o meglio partecipativa - che è alla base dello sviluppo di un nuovo modello di partito politico. In esso i partecipanti non realizzano più un esempio di trasmissione comunicativa, ma partecipano direttamente alla realizzazione del programma, testano la rispondenza delle proposte sul territorio, coinvolgono la partecipazione di attori terzi (popolazione, istituzioni, associazioni, ecc) al dibattito rendendo partecipate dal basso l’elettorato. Questo approccio avrebbe la ricaduta positiva non solo di avere in tempo reale i ritorni dell’attualità del programma proposto, ma anche quello di diffondere un modello culturale innovativo che come tale sarebbe meglio percepito, come innovativo e democratico rispetto agli attuali, dall’elettorato, ed inoltre contribuirebbe all’integrazione fra media e territorio che sarebbe un fattore critico di successo soprattutto per organizzazioni presenti nella geografia.

In questo sta il concetto che la società civile non deve essere qualcosa di diverso dallo Stato: nel fatto che le espressioni politiche della società (partiti) siano in grado di recepire i bisogni dei cittadini, facendo adattare le leggi in funzione della tutela e della salvaguardia di quei valori che si percepiscono importanti, in quel preciso momento storico, per lo sviluppo delle condizioni di vita degli individui. In questo né lo Stato deve essere qualcosa di diverso dalla società, una entità che vive di autonoma esistenza rispetto a ciò che l’ha generato, né i partiti devono diventare lo strumento per l’occupazione politica dello Stato. Se i partiti saranno in grado di realizzare questa trasformazione essi potranno diventare realmente l’espressione politica della società civile e saranno, quindi, il momento di aggregazione degli individui intorno a dei valori con la funzione di condurre l’evoluzione della società stessa. A quel punto si sarà veramente realizzato il passaggio alla seconda Repubblica con la perdita del significato ideologico che hanno oggi destra e sinistra. Gli individui i riconosceranno intorno a dei valori e ad un modo diverso di interpretare la trasformazione della società. Allora, e solo allora, varranno realmente le categorie progresso e conservazione, nel loro vero significato spogliato da quello ideologico che hanno avuto fino ad oggi; ed a questo significato si uniranno quei valori che in quel momento intorno a quelle categorie saranno ritenuti importanti dalla società. Ed in questa trasformazione la prima cosa a cui ci dovremo abituare sarà quella di togliere valenza negativa, o solo positiva, ai significati di progresso e conservazione.

Nelle pagine precedenti abbiamo cercato di spiegare come la storia cambi le posizioni delle filosofie, facendo l’esempio di vuole rimanere troppo attaccato ad un’ideologia al punto da passare da progressista a conservatore; Hegel ci ha in questo insegnato come nella storia le uniche categorie che valgano sono quelle del ringiovanimento e della trasformazione, e questo noi dobbiamo abituarci a capire; ovvero che non si è progressisti o conservatori a oltranza, ma che tutto ringiovanisce e si trasforma. E chi porta avanti una visione progressista, al punto da voler rimanere attaccato alle sue idee, anche quando la validità storica di queste ha segnato il passo rispetto al contesto, si trova ad assumere una posizione conservatrice poiché non riesce a trasformarle e ringiovanirle. Dobbiamo, come ho detto, togliere alle parole conservatore e progressista la valenza che siamo abituati a dare loro; sono modi di interpretare la trasformazione della società, entrambi validi in funzione del momento storico e della spinta verso dei valori che gli individui sentono di voler salvaguardare oppure trasformare.

Quindi sono i valori che stanno alla base della società che sono importanti, così come gli ideali che stanno alla base di ciascun individuo. Sono i valori che devono essere salvaguardati, e su questi si deve aggregare la società prima e lo Stato poi. Perciò il patto sociale che sta alla base del nostro Stato deve essere riscritto; dobbiamo rifondare la società e lo Stato; non più nel senso della salvaguardia ad ogni costo della stabilità sulla base di un’opposizione ideologica, con dei partiti politici orientati alla gestione del consenso e del potere. In questa opera di rifondazione i partiti devono diventare la vera espressione politica della società civile nello Stato; che significa che essi devono aggregare gli individui intorno a quei valori di cui stiamo parlando, e non essere espressione di interessi di classe. Gli individui non possono aggregarsi su interessi di tipo economico, non basta; i partiti non possono essere l’estensione delle classi sociali nello Stato, perché come abbiamo visto sia nel modello hegeliano, che in quello marxista, un sì fatto sistema è destinato a fallire. Gli interessi, infatti, se sono solo di tipo economico si trasformano in tutela dei privilegi, in lobby; e prima o poi vanno in contrasto tra loro. Per questo motivo gli individui devono riconoscere nei partiti la loro identità politica, che non finisce nell’interesse di classe ma si estrinseca nei valori che questi devono esprimere; addirittura in certi casi la salvaguardia di tali valori può andare in contrasto con l’interesse di classe. Ma la tutela del valore non può cessare di fronte all’interesse di classe. Pensiamo al valore della solidarietà; esso si estrinseca nel meccanismo della tutela delle classi più deboli della società, e necessita di un sacrificio economico da parte di altre classi. Voler salvaguardare un valore richiede un impegno da parte di tutti, anche quando questo impegno richiede uno sforzo da parte di alcuni individui appartenenti ad una classe nell’interesse di altri individui. Questo sforzo deve essere prodotto nella convinzione che lo Stato è un bene di interesse comune, che supera gli interessi individuali. La politica deve servire a far sì che in cittadini comprendano tutto ciò, e lo realizzino, ovverosia la politica deve riconquistare il suo primato, che è quello di occuparsi dello Stato riuscendo ad avvicinare ad esso i cittadini, facendoglielo percepire come un bene comune.

Volutamente non intendiamo porci nel dibattito sulla legge elettorale, se sia meglio puntare su un sistema proporzionale, ovvero maggioritario, o proporzionale con sbarramento e premio di maggioranza. Personalmente credo che il sistema maggioritario non sia parte integrante della cultura politica del popolo italiano, troppo abituato a riconoscere sfumature e particolarismi per poter essere rappresentato da un numero ristretto di coalizioni, o aggregarsi ponendo fine alla salvaguardia del particolare a beneficio del generale.

Tuttavia credo che questo sia un falso problema, perché in ogni caso esso può essere modificato in base ad un accordo tra le forze parlamentari. Del resto l’Italia ha vissuto periodi storici di sviluppo sia con sistemi maggioritari che proporzionali, ed i cittadini possono essere educati ad esprimersi con entrambi i sistemi. Il vero problema sta nel favorire l’alternanza degli schieramenti politici al governo, ma questo non potrà realizzarsi finché non riuscirà ad affermarsi un vero bipolarismo; in questo processo si è confuso il mezzo con il fine. Dobbiamo essere consapevoli che l’alternanza politica è il modello attraverso il quale si garantisce lo sviluppo della società; questa si realizza solo attraverso un vero bipolarismo. Quindi il fine è il bipolarismo e il mezzo la legge elettorale; noi come al solito confondiamo lo strumento con l’obiettivo e abbiamo spostato il fuoco sulla legge elettorale, maggioritario rispetto al proporzionale, come se questo risolvesse il problema. Volevamo abolire i partiti, proprio come reazione alla politica, favorendo la valorizzazione politica dell’individuo a valere sopra l’organizzazione dei partiti stessi. I partiti dovevano diminuire, altri scomparire del tutto. In realtà così non è stato, il maggioritario non ha risolto nulla.

Il vero problema sono l’assenteismo e, dopo la fine dell’identità politica basata sull’ideologia, la mobilità dell’elettorato a cui la politica deve riuscire a trovare una risposta; per farlo è necessario che i partiti abbiano il coraggio di rifondarsi, aprendo alla società civile, che sviluppino un manifesto politico libero dalle ideologie a cui fare riferimento, che guidi gli elettori verso un programma in cui possano riconoscersi, spiegando bene i propri valori di riferimento.