Riscrivere il patto sociale significa anche riscrivere, in parte, la Costituzione; non in quella parte che regola il funzionamento delle istituzioni e l’ordinamento dello Stato, anche se sicuramente è ormai chiaro che qualcosa andrà rivisto; il cambiamento radicale andrà fatto enunciando in essa quali sono i valori a cui lo Stato si ispira, facendoli diventare parte integrante della Costituzione stessa, ed adeguando il diritto alla loro salvaguardia.
La Costituzione sancisce il patto che sta alla base della nascita dello Stato, e regola la vita delle istituzioni, con lo scopo di garantire la tenuta della democrazia e della convivenza civile. Lo Stato deve indicare i princìpi su cui vuole garantire non più solo la civile convivenza, ma anche e soprattutto lo sviluppo ed il progresso della società civile. Lo Stato è sempre stato visto come un insieme di istituzioni necessarie al funzionamento dell’apparato; un apparato che sovrasta la società civile. In questo senso la carta costituzionale oltre a disegnare i principi a cui si ispira il modello adottato si deve occupare di stabilire gli organismi atti al funzionamento e le regole stesse di funzionamento.
Per tutte le cose dette finora il modo in cui Stato e società civile devono rapportarsi non è la contrapposizione, bensì lo Stato è l’insieme dei principi e delle regole della società civile. In questo senso esso deve perdere buona parte del suo apparato, come macchina di intervento burocratico, e recuperare, se non cominciare, la sua funzione fondante: essere l’insieme dei principi che ispirano e regolano la società civile con l’obiettivo di assicurare il progresso dei cittadini e garantire la salvaguardia della civile convivenza. Quindi la Costituzione dello Stato deve riportare e tutelare questi principi. Cosa sono, o meglio, cosa devono contenere questi principi Questi principi altro non devono essere che degli ideali intorno ai quali tutti si ritrovano, e quindi si siano resi oggettivi perdendo quella parte di interpretazione individuale, e sulla cui applicazione pratica ci sia un diffuso assenso. Ovvero sia i valori.
Ecco perciò che il fine della Costituzione devono essere quei valori che si vogliono tutelare nella società civile, e che devono essere principi ispiratori della società. Nell’accezione “valori” rientrano a questo punto tutti gli ideali sui quali abbiamo effettuato un processo di oggettivazione e sulla cui applicazione tutti concordano, secondo la definizione fatta prima, che si vogliono porre alla base dello Stato, che nascono e sono riconosciuti dalla società civile; la cui salvaguardia viene riconosciuta essenziale per la civile sopravvivenza dello Stato, per la tutela e lo sviluppo dell’individuo. Bisogna cioè rifondare un nuovo modello di patto sociale dove lo Stato sia una reale espressione di quei valori e non sia solo un insieme di istituzioni ed organismi che soffocano la società civile.
Lo Stato deve essere l’espressione della società civile, non un soggetto terzo a sé stante e distante, o addirittura opposto alla società ed ai cittadini. Il concetto di sovranità deve essere spostato dallo Stato al cittadino, non solo in forma teorica o politica come oggi si intende la sovranità del popolo, ma anche in forma concreta e reale. Lo Stato e’ l’insieme delle regole e delle leggi che la società civile si impone. La legge che sta a fondamento della costruzione dello Stato, in cui la società riconosce il patto sociale sottoscritto, ovvero la Costituzione, deve tutelare primariamente i valori che si vogliono porre alla base della comunità. Oggi noi al massimo tuteliamo i diritti dell’individuo o anche della società, intesa come Stato; non ci preoccupiamo affatto di tutelare i valori. I valori, così come sono enunciati in linea di principio nella Costituzione, non trovano una concreta prosecuzione nei codici del diritto che emanano dalla Costituzione stessa. Restano li’ dichiarati, appesi nell’aria e solo in parte trovano concreta tutela nelle norme di diritto che seguono.
Viceversa, ponendoci sui valori possiamo pensare ad una Costituzione in cui al centro della società, e dello Stato, sia posto l’individuo, in cui i valori espressi tutelano e garantiscono l’individuo stesso, il suo sviluppo e quello della comunità in cui vive. Successivamente i mezzi, gli strumenti necessari a raggiungere l’espressione concreta di quei valori, che possiamo identificare come diritti, saranno essi stessi salvaguardati, non più però come fine ma come mezzo. Scopriremo allora che la proprietà privata, tutelata dal diritto, vista sempre come fine dell’individuo sarà posta come mezzo, e come strumento attraverso cui nella società si possono raggiungere ed affermare alcuni valori ad essa collegati e che attraverso di essa assumono concretezza nella vita reale degli individui.
Credo sia necessaria una riflessione sulla distinzione politica tra valori e diritti.
La vita in quanto tale può apparire come un valore. Ma è un valore nell’ambito della morale, che è un terreno su cui lo Stato, ovvero le leggi che sono la sua esistenza, non devono entrare. Nella sfera politica, ed anche sociale in quanto espressione dello Stato politico, è un diritto inalienabile ed innato del cittadino. Ossia è un bene, il bene primario, che esiste quale conseguente residenza dei valori dell’individuo; di quei valori individuali che sono contenuti, e ne sono il contenuto, dell’essere umano. La vita è l’essenza dell’uomo così come la proprietà è l’essenza delle cose. L’uomo non esiste senza la vita così come le cose non esistono, cioè non hanno un valore, senza la proprietà. Quindi la proprietà è l’essenza del bene, ed il possesso il suo attributo. Così come nel momento in cui un oggetto ha come attributo il possesso esso si configura quale bene, che ha nella proprietà la sua essenza, così la vita è l’essenza dell’individuo, e l’identità il suo attributo. Perciò nel momento in cui un essere vivente - non ho ancora detto un individuo inteso come persona - ha come attributo la sua identità egli si configura come individuo e ha nella vita la sua essenza. Come la proprietà è l’essenza del bene, in quanto ha nella relazione di identità dell’oggetto con il suo possessore il suo significato, così la vita è l’essenza dell’individuo, in quanto ha nella relazione di identità della persona con se stessa il suo significato. La vita senza identità manca del suo significato, poiche’ manca del suo attributo principale. Può esistere l’essere vivente ma non esiste l’individuo. Nello stesso modo la proprietà senza il possesso manca di significato concreto, perchè manca l’attributo principale. Poi essa - proprietà - esiste anche senza il possesso, così come esiste l’essere vivente senza identità, ma il bene non si configura nella sua totalità in relazione con chi lo possiede; rimane un oggetto che perde il suo valore in quanto perde l’attributo fondante di essere posseduto, quindi pienamente disponibile. Chi vorrebbe avere la proprietà di un bene senza averne pieno e legittimo possesso? Ossia averne pieno godimento e disponibilità? Certamente mentre la proprietà è transitiva la vita no, e quindi essendo la prima reversibile e la seconda no, hanno un’importanza completamente diversa tra loro; la cui violazione va sanzionata con pene commisurate alla dimensione del delitto.
Quindi un bene non esiste senza l’essenza della proprietà, e l’attributo del possesso; che poi può essere trasmessa da un individuo a un altro ente qualsiasi, piuttosto che a un altro individuo. Una casa, un terreno, non è senza la proprietà un bene completo dei suoi attributi; può essere un oggetto, un manufatto, ma se manca l’attributo del possesso - nella sua completezza di proprietà - manca il valore, in senso economico, del bene e questo non si configura come tale. Ugualmente un individuo non esiste se manca la sua essenza vitale, cioè la sua identità; non esiste né come individuo concreto né come individuo sociale. Abbiamo detto che può esserci l’essere vivente ma non esiste l’individuo.
Di conseguenza vita e proprietà non esistono scollegate dall’individuo e dalle cose. Ma l’individuo è anche altro oltre che essenza; in particolare identità come prima relazione con sé, nella sua costituzione di individuo. Perciò vita ed identità sono gli elementi senza i quali l’individuo non esiste. Così come abbiamo detto che il bene senza la proprietà ed il possesso si configura come manufatto o cosa. Tuttavia la vita dell’individuo, nella sua relazione di cittadino verso lo Stato, non si realizza nella situazione di vita animale; la società è una realizzazione artificiale dell’uomo, costruita al fine di garantire il miglioramento delle condizioni di vita degli individui stessi attraverso la cooperazione, fondamento della vita collettiva.
Alla base di questo miglioramento esiste un modello di Stato, inteso quale insieme di regole, che si ispira a dei principi, ritenuti validi per salvaguardare questo progresso, condivisi dai cittadini con la sottoscrizione del patto sociale messo a fondamento proprio di quello Stato. E sono questi principi, ossia i valori, che la Costituzione, carta scritta del patto sociale, deve indicare e tutelare. Da questi valori scaturiscono con un rapporto di causalità dei diritti-doveri, che invece devono essere regolati dai diversi codici di diritto. La vita diventa quindi un diritto dell’individuo, ovvero lo strumento attraverso cui realizzare e salvaguardare la tutela e l’affermazione di quei valori che ad esso sono connaturati. Come anche la proprietà diventa un diritto, cioè un mezzo attraverso cui concretizzare parte di quei valori legati all’individuo. La vita è chiaramente posta ad un livello di importanza nettamente diverso dalla proprietà. Quello che le differenzia, oltre alla preziosità intrinseca sottolineata prima, è l’importanza che assumono nei riguardi dei valori; la vita è la residenza di tutti i valori dell’individuo, in quanto ne è l’essenza, e quindi è diritto supremo dell’uomo, il primo ed il più importante.
Tuttavia da un punto di vista politico se noi spogliamo la vita di quei valori riportiamo l’individuo ad uno stadio animale, ossia socialmente lo annientiamo. Perciò lo Stato deve salvaguardare i valori in quanto deve salvaguardare una vita socialmente viva dell’individuo, che ne consenta il progresso ed il miglioramento delle proprie condizioni, proprio attraverso quei valori che si riconoscono fondamentali a questo esistere della vita sociale. Che poi salvaguardi la vita è una conseguenza di questa salvaguardia dei valori. Se lo Stato mirasse solo alla salvaguardia della vita, avulsa dai valori, sarebbe sul piano del diritto un successo ma sul piano politico dello Stato una disfatta; la constatazione dell’inutilità dell’esistenza dello Stato, spogliato di quei valori portatori di progresso e civiltà che ne avevano decretato la nascita.
Il diritto è invece come oggi lo conosciamo un corpus di leggi, che stabilisce l’insieme delle regole da rispettare per la salvaguardia della vita civile. In questo corpus sono racchiusi come emanazione diretta i diritti correlati all’individuo. Questi diritti sono visti oggi quale fine, e la loro tutela è lo scopo del diritto. In realtà non ci si chiede a cosa essi servono; perchè ad esempio la proprietà privata debba essere tutelata, oppure per quale motivo l’omicidio debba venire perseguito, o perchè un’obbligazione deve venire rispettata. Le regole sono tali, e il motivo per il quale sono state scritte è un’effetto della fondazione dello Stato, che le ha recepite dalla consuetudine oppure emanate per mezzo dei propri organi.
Non sempre esiste un collegamento coerente tra la Costituzione dello Stato ed il corpus di leggi che regolano la vita della collettività. Bisogna far sì che i valori che si vogliono promulgare all’interno dello Stato siano scritti nella Costituzione, insieme alle regole che stabiliscono la vita democratica delle Istituzioni. Se accettiamo questo nesso di causalità tra valori e diritti allora ci renderemo conto che non possiamo regolare solo gli effetti, ma anche determinare le cause che fanno scaturire tali effetti, e se intendiamo tutelare gli effetti allora dobbiamo, se condivise, garantire il perseguimento delle cause.
Quello che voglio dire in concreto è che la proprietà privata non può essere uno dei cardini della Costituzione, ma uno dei diritti che sono conseguenza dei valori riconosciuti essenziali alla salvaguardia della società e da assicurare. La Costituzione deve assicurare la tutela dei valori dell’individuo, ad esempio tra questi la dignità, a cui la proprietà contribuisce. In questo neanche il lavoro è un valore, anche se è un diritto. Nei principi fondamentali della nostra Costituzione viene riconosciuta la valenza della dignità sociale, così come dell’eguaglianza d fronte alla legge. Ma cos’è la dignità sociale? Come si garantisce la sua salvaguardia? E’ forse l’uomo sociale diverso dall’essere umano?
Deve esserci una nuova Costituzione che nei suoi principi fondamentali si preoccupi di tutelare i valori essenziali della società e dell’individuo, e che poi, quale conseguenza, tuteli i diritti fondamentali. Ecco allora che tutelando un valore, quale ad esempio la dignità dell’essere umano, lo Stato si deve occupare di salvaguardare la proprietà, ma anche la sussistenza che, se non sufficiente, deve essere assicurata dalla società civile. Come ho detto prima tra valori e diritti esiste un nesso di causa-effetto che li lega; i diritti del cittadino sono legati ai valori, che vogliamo tutelare, attraverso questo rapporto. Senza riconoscere ed assegnare importanza al rapporto causa-effetto non possiamo pensare che i diritti abbiano consistenza; essi saranno solo dei vuoti privilegi a cui non tutti potranno accedere. La proprietà è un diritto, non può essere un valore, ma puo’ essere l’espressione concreta di un valore.
Andiamo per gradi, passando dalla causa verso l’effetto. Ho parlato di dignità: questo è un valore, credo, sul quale non abbiamo dubbi, e che possiamo ritenere indispensabile per garantire non solo il rispetto dell’individuo, ma anche il suo sviluppo. Ed in questo senso, stando alla base di quel meccanismo di causa-effetto, che la possiamo ritenere una causa. Allora si deve dire che la società vuole salvaguardare la dignita’ come valore, fondamentale al suo sviluppo ed alla tutela del cittadino. Ma la dignità ha degli aspetti diversi in cui si concretizza, e per ognuno di questi modi ci sono dei diritti che ad essi si connettono. Ad esempio il diritto alla proprietà; se un cittadino ha dei beni e questi beni sono parte della sua sussistenza, da questa, ovvero dalla tutela della proprietà di questi beni, dipende in buona parte la anche la sua dignità intesa come indipendenza, in questo senso economica. Il diritto alla proprietà diventa un effetto della causa dignità. Ma un individuo che non abbia dei beni, e quindi non possa godere della tutela del diritto di proprietà, allora non vedrebbe garantita la sua dignità. E questo è oggi quello che accade. Un esempio concreto di questo rapporto di causa effetto nel modello attuale è la ripartizione della spesa per la previdenza sociale. Oggi la quasi totalità dei fondi è indirizzata a favore del sistema pensionistico; quasi nulla è dedicato alla sussistenza sociale a favore della disoccupazione. Ma in quale modo una persona che non ha un lavoro, che pure è dichiarato fondamento della nostra Repubblica, vede salvaguardata la sua dignità di essere umano? La soluzione non può certamente essere quella di dare garanzia a vita del posto di lavoro; sarebbe un’anacronistica riproposizione di un modello concluso con la fine dei regimi comunisti. Allora quale può essere l’alternativa? Dimenticarci del fatto che una persona che perde il suo lavoro, fenomeno del resto oggi frequente, perde la propria indipendenza economica e quindi non vede salvaguardata la propria dignità di essere umano? Probabilmente sarebbe giusto dedicare parte della spesa sociale alla salvaguardia di questo valore primario dell’individuo, che come cittadino ha deciso di sancire la propria identità sociale nella comunità, e da questa comunità si aspetta che lo aiuti a risolvere le sue necessità.
I diritti del cittadino vengono tutelati solamente nella misura in cui egli possa fruire di quei diritti; nel caso in cui egli, come molte volte accade, non abbia la propria identificazione in quei diritti allora rimane completamente scoperto come tutela. Ed ecco perché dico che in questo caso i diritti sono vuoti; in una società in cui l’emarginazione aumenta, e il numero dei cittadini che vivono ai margini della società è sempre maggiore, sono sempre di più gli individui che in questo diritto non sono garantiti. Ecco allora che alla dignità è legato un altro diritto, quello della sussistenza, che deve essere garantito per quei cittadini che non hanno loro beni. Perché è la dignità il valore che interessa; e questo deve vedere tutelati sia il diritto alla proprietà, per quei cittadini che hanno in questo elemento l’identità o parte dell’identità di questo valore, che quello alla sussistenza, per cui cittadini che non vedrebbero nella proprietà riconosciuto e tutelato questo valore, a cui come cittadini di quello Stato che in quel valore crede, hanno diritto.
Ecco cosa intendo quando dico che i diritti devono essere riempiti di significato. I diritti sociali sono correlati dalla nascita al cittadino, perché sono effetti dei valori-causa che lo Stato tutela, ed essendo il cittadino membro dello Stato dalla nascita egli ne vede tutelata la salvaguardia. Oggi non esiste legge o codice di diritto che si preoccupi di tutelare la sussistenza; mentre esistono fiumi di articoli sulla tutela della proprietà. Non c’è nulla per quei cittadini che non hanno proprietà; il loro diritto non è tutelato in quanto non esiste. Ma la proprietà fine a sé stessa non serve; essa è strumento di indipendenza per l’individuo, ma può diventare mezzo di sopraffazione quando esiste una forte disparità. Sopraffazione che può esserci non solo nel rapporto tra individuo e individuo, ma anche tra diversi ceti sociali, o gruppi. La proprietà abbiamo detto è un mezzo, non un fine. Noi dobbiamo tendere al fine, alla sua tutela; e il fine è la dignità dell’uomo, la proprietà uno dei diversi strumenti per raggiungerlo. E’ la dignità quella che fà progredire l’umanità, non la proprietà privata. E’ il rispetto della dignità che assicura la qualità di una vita civile per l’individuo; che va salvaguardata anche attraverso la garanzia del rispetto del diritto alla proprietà. Va salvaguardata, anche, assicurando a chi non la possiede, la sussistenza necessaria a non rendere l’uomo un animale che viene messo al margine della società. Questa sussistenza, che può essere esplicitata nella tutela della pensione o di sussidi di disoccupazione o altro, deve venire assicurata attraverso la solidarietà di tutta la società civile.
La solidarietà: altro valore; anch’esso da capire se si vuole porre alla base del patto sociale e, se si intende costruire uno Stato su queste basi, tutelare nella Costituzione. Allora la solidarietà deve poi diventare una causa per generare altri effetti; in particolare quello della tutela delle minoranze, con un’adeguata e moderna legge sulla regolamentazione dell’immigrazione, e quello del lavoro, che finirebbe così di essere una dichiarazione di principio, inserita nell’attuale Costituzione, diventando un diritto-dovere del cittadino, regolato quale strumento per attuare la solidarietà. Immigrazione e disoccupazione sono due enormi problemi della nostra società, di fronte ai quali lo Stato stenta ad avere delle risposte; ma stenta in quanto esso è un abnorme apparato distaccato dalla società civile, le cui azioni e reazioni non collimano, spesso, con le sensazioni che i cittadini provano di fronte a questi grandi eventi storici.
La solidarietà può sembrare un altro concetto astratto, ma in realtà esso penetra profondamente anche nei principi dell’ordinamento dello stato. Ad esempio nel modello federale di stato, il valore della solidarietà si pone alla base del principio di sussidiarietà tra le Regioni. Ossia l’individuo ha gli stessi diritti, di fronte dallo Stato, per ciò che riguarda il suo rapporto con i servizi che lo Stato deve garantirgli; la sicurezza, la sanità, l’educazione, la difesa indipendentemente dalla Regione in cui esso vive. Di conseguenza la qualità dei servizi erogati non può dipendere dalla diversa ricchezza della Regione. Ciò significa che Regioni più ricche devono in qualche misura sussidiare lo sviluppo di alcuni servizi verso Regioni più povere; e questo incide profondamente nei principi di bilancio su cui viene costruito un modello di stato federale.
Anche la salvaguardia della vita come diritto deve essere calata in un contesto di salvaguardia di valori; nello specifico della salvaguardia del valore della fratellanza tra gli uomini. Attraverso il diritto alla vita, e quindi la sanzione del reato di omicidio e di ogni forma di violenza, di ogni essere umano deve essere realizzato il valore della fratellanza; ma la grande differenza che esiste tra bandire l’omicidio e realizzare il valore della fratellanza è nella possibilità di educare i cittadini. L’insegnabilità di un valore è nettamente superiore all’insegnabilità di un diritto, perché i valori sono direttamente collegati alle passioni, e in quanto emotivamente misurabili sono tanto più facilmente comprensibili dagli individui. Abbiamo detto che i valori sono quegli ideali oggettivati dei quali abbiamo tutti condiviso l’applicabilità nel mondo reale. Ebbene come tali, in quanto ideali, i valori sono dei principi nei quali gli uomini riconoscono delle passioni. Essi sono anche l’interpretazione storica e culturale di alcune passioni; infatti i valori sono sempre un’elaborazione artificiale frutto dell’evoluzione dell’individuo e delle sue mutate condizioni di vita. Per questo motivo sono mutevoli nel tempo ed esprimono la società in cui sono evoluti. Ad essi, tuttavia, sono sempre legati dei contenuti di passioni che si richiamano ogni qualvolta vengono offesi. Questo ne consente una comprensione che è senza dubbio più immediata nell’individuo, rispetto a delle leggi che non contengono espressi dei valori, e che non è mitigata né dalla sua cultura, né dalle sue convinzioni né dal suo livello di progresso. Oltre ai valori di dignità dell’individuo, di solidarietà, di fratellanza tra gli uomini, quello di giustizia nella sua più ampia accezione, sia sociale che fiscale che individuale, è senza dubbio un altro dei più importanti da salvaguardare.
Abbiamo visto che i valori non sono concetti astratti, ma hanno un’enorme ricaduta su una serie di aspetti concreti della vita dello Stato. Dalla spesa sociale ai principi di bilancio di un modello federale, dal lavoro all’immigrazione. Tutelare i valori posti a fondamento di uno stato non significa fare astratta filosofia del diritto, ma fare politica nel senso più nobile e concreto del suo significato. Ossia costruire un modello di regole (lo Stato) a tutela del funzionamento della convivenza tra gli individui (la società civile). Significa mettere in relazione, in comunicazione, le tre sfere che regolano lo sviluppo e l’evoluzione del cittadino senza che vi sia ingerenza tra di esse, lasciando alla politica il primato di guida.
Non voglio dilungarmi oltre perché non stiamo scrivendo la Costituzione dello Stato, voglio solo aggiungere che questo insieme di valori di base non può essere modificabile a piacere in funzione del successo di questo o quello schieramento politico. Come abbiamo detto un modello di Stato basato sui valori è senza dubbio maggiormente evolvibile di un modello di Stato ideologico. Tuttavia quello che può evolvere è la diversa sensibilità verso questo o quel valore, ovvero la sua collocazione in una scala di priorità rispetto al momento evolutivo della società in quel periodo storico; ciò non significa che i valori devono essere stravolti all’interno della Costituzione. Poichè come abbiamo detto i valori sono la causa di un effetto che sono i diritti connessi a quei valori, e che questi diritti sono l’applicazione pratica di tali valori, allora la diversa sensibilità della società rispetto ai valori può esplicitarsi attraverso la modificazione di quella parte del codice relativo a tali diritti; cioè attraverso la diversa applicazione delle regole e delle sanzioni rispetto ai diritti connessi a quei determinati valori. In questo modo, modificando il codice dei diritti, si riuscirebbe ad applicare in maniera diversa i diversi valori all’interno della società, in funzione del periodo storico ed evolutivo della società stessa e della diversa importanza che questo o quel valore assume in quel momento per l’evoluzione, sia essa progresso o conservazione, della società al fine di garantire il miglioramento delle condizioni dell’individuo e il rispetto della civile convivenza.
Credo di aver spiegato perché serve che lo Stato si ispiri a dei valori; serve a far si che esso si comporti secondo quei principi che si sono posti alla sua base; principi in cui i cittadini si sono riconosciuti e che considerano validi, e sulla cui continuazione di veridicità i partiti politici possono confrontarsi nei momenti elettorali. La promulgazione, o meno, di validità di quei principi deve portare al successo elettorale dello schieramento che li ha richiamati, ed il programma dichiarato in sede elettorale deve attuarsi in essi. E questi valori possono essere quelli citati prima più altri, oppure completamente diversi; restano tuttavia quelli che quella determinata società in quel determinato periodo storico ritiene possano indirizzare meglio di tutti l’evoluzione ed il progresso, ovvero la conservazione, necessari alla salvaguardia della civile convivenza e allo sviluppo della comunità. Ma diventa anche chiara la differenza di impostazione di una politica ideologica rispetto ad una politica dei valori: la prima poteva basarsi sugli schieramenti, la seconda deve basarsi esclusivamente sui programmi.