Marx e lo stato
Di Marx si possono
dire molte cose, si può essere più o meno d'accordo sulle dottrine sociali ed
economiche che ha esposto, sul modello politico che ha professato. Tuttavia se
vogliamo parlare di Stato, e di ideologie, con lui ci dobbiamo prima o poi
incontrare, o scontrare, dipende dai punti di vista.
La critica che Marx
fa di Hegel, ed in particolare dell'idealismo e della filosofia hegeliana del
diritto pubblico, è senza dubbio la più lucida ed analitica. Si può
provocatoriamente dire che il modello di Stato proposto da Marx è una diretta e
logica conseguenza di quello hegeliano, o per meglio dire della critica che lui
fa ad Hegel. Marx ed il comunismo sono un'innesto, filosofico il primo e
sociale il secondo, su due realtà storiche particolarmente ricettive; Marx si
colloca nel contesto delle nascenti filosofie materialistiche e scienziste di
fine secolo, ed il comunismo in un contesto di arretrato feudalesimo sociale
qual'era la Russia dei primi del novecento.
Tuttavia, sempre
perché non ho intenti di esposizione storica, non mi soffermerò sul comunismo
come ideologia, sulla sua affermazione e sulle sue conseguenze storiche, quanto
sulla filosofia marxiana del diritto e su come essa abbia contribuito alla
formazione del modello di Stato che poi il comunismo applicò.
Veniamo alla
critica che Marx fa della filosofia del diritto pubblico di Hegel.
La prima e maggiore
critica che Marx fa ad Hegel è sul modo di intendere e concepire la
Costituzione dello Stato il cui disegno è troppo astruso dalla realtà, troppo
fondato sul suo irreale sistema idealistico, con un potere, quello governativo e del Principe,
preminente rispetto agli altri.
Nel momento in cui
nasce, la Costituzione, ossia lo Stato politico, che si è sviluppata quale
essenza universale delle sfere particolari del cittadino, e che è trascendente
rispetto ad esse, muoiono le singolarità di quelle sfere dell’individuo. Ossia
la costituzione, poiché trascende il popolo, lo aliena.
Quindi lo Stato,
che Hegel aveva fatto nascere ad immagine della società civile, come
aspirazione quanto più possibile vicino al cittadino, è per Marx quanto di più astruso e distante da
questo si possa concepire. Ne consegue che da questo disegno non si capisce quale possa essere
lo spirito politico del cittadino verso siffatto Stato: <<Ciò ch’è
rilevante è che Hegel fa dell’idea il soggetto e del soggetto propriamente
detto, reale, quale il sentimento politico, fa il predicato. Ma lo sviluppo
procede sempre dalla parte del predicato[1]>>.
Marx attacca Hegel
anche nel campo stesso dell’idealismo che accusa di essere una filosofia
dell’idea astratta e non dell’idea concreta; critica del resto apportata anche
da Feuerbach e da tutta la sinistra hegeliana. In particolare lo Stato di Hegel
non parte dall’idea concreta di Stato cioè l’idea politica, il sentimento
politico che anima il cittadino e che dovrebbe accomunarlo agli altri individui
nel momento di stesura del patto sociale, ma dall’idea di costituzione
politica, ovvero da un’idea formale di
sistema che risulta astrattamente calata su un presupposto sentimento politico:
<<Si parte dall’idea astratta, il cui sviluppo nello Stato è la costituzione politica: non si tratta,
dunque, dell’idea politica, ma dell’idea astratta nel sentimento politico[2]>>.
Quindi per lui Hegel non fà passi avanti nella determinazione dei reali
soggetti, si limita a definirli nominalmente, gli interessa individuare in ogni
elemento l’idea, pura identità logica senza concretezza; ma di questi, degli
individui, dello Stato, non ne individua alcuna essenza, rimane la rilevazione
dell’esistenza.
Di conseguenza il
“fine generale”, l’obiettivo da raggiungere di tutto il sistema, rimane
indefinito, proprio perché si è partiti da un vuoto contenuto. Hegel, dice
Marx, è voluto partire dall’idea, dalla “sostanza” che ha posto come soggetto
reale, così che il vero soggetto reale, lo Stato, appare come un predicato del
soggetto posto; ed il “fine statale” che sarebbe stato il contenuto dello
Stato, se questo fosse stato posto come soggetto, la cui determinazione si
doveva ricavare dalla natura dello scopo, appare in questo modo stravolto e,
come i poteri statali, appare quale modo di esistenza di questa astratta
sostanza. Il suo giudizio risulta che <<Non la filosofia del diritto, ma
la logica è ciò che veramente interessa.[...] La logica non serve a provare lo
Stato, ma lo Stato serve a provare la logica.[3]>>;
ed ancora <<Al posto del concetto della costituzione abbiamo la
costituzione del concetto. Il pensiero non si regola secondo la natura dello
Stato, bensì lo Stato secondo un pensiero predisposto.[4]>>.
Altra critica
fondamentale che Marx fà ad Hegel è quella apportata alla suddivisione della
società civile in classi e contemporaneamente critica la corrispondenza dello
Stato con la stratificazione della società civile, da cui dipende la
trasmissione del potere in modo quasi generazionale e la burocratizzazione
dello Stato a favore della classe media che esercita il potere. Ma cerchiamo di
chiarire meglio su quali elementi basa le sue critiche. Tre sono i punti che
Marx rileva:
1) la
burocratizzazione dello Stato promossa a sistema e provocata dall’ereditarietà
nella gestione dei poteri istituzionali demandata alla classe media;
2) la mancanza
nello Stato di un legame politico, al di là degli interessi particolaristici
delle varie corporazioni, che unisca i cittadini appartenenti ai diversi
“stati” della società civile;
3) l’esclusività
dei diritti politici legata alla proprietà privata ed all’ereditarietà.
Questi tre elementi
ricreano quell’analogia tra la vita della società civile, e gli elementi di
forza e interessi che la animano di cui la proprietà è il più significativo, e
i diritti che lo Stato deve tutelare, ed impersonifica questo feudalesimo con
la figura del Principe suprema identità della sovranità dello Stato.
Ma andiamo per
gradi. Hegel aveva deputato al governo degli affari dello Stato la classe
media, vero nocciolo duro dell’apparato statale, in cui faceva risiedere i
funzionari preposti a garantire che l’interesse generale fosse assicurato.
Questi cittadini, a cui lo Stato assicura uno stipendio sono preposti a
garantire il funzionamento dell’apparto, assicurando che l’interesse generale
sia perseguito al di sopra degli interessi particolari. Garanzia del corretto
esercizio è, da una parte il controllo esercitato su di essi dalle corporazioni
dal basso, espressione della società civile, e dalle istituzioni dall’alto, e
dall’altra la loro totale dedizione al dovere garantita dal sostentamento
economico dallo Stato che <<Grazie
all’assicurato appagamento del bisogno particolare è rimosso il bisogno
esterno, il quale può indurre a cercare i mezzi occorrenti a spese
dell’esercizio dell’ufficio e del dovere[5]>>
Singolare notare che Marx parte proprio dalla critica dell’eccessiva
burocratizzazione dello Stato hegeliano, mentre è stata proprio questa la
fondamentale causa della sclerotizzazione dei diversi stati comunisti che si
sono poi realizzati nella storia. Egli nota la contraddizione che è implicita
nel disegno hegeliano; così come la corporazione della società civile tende ad
autoconservare il suo potere, così lbisorocrazia diventata corporazione tende
al mantenimento della gestione del potere al punto che <<[...]la
burocrazia è dunque forzata a proteggere l’immaginaria
generalità dell’interesse particolare, lo spirito di corporazione, per
proteggere l’immaginaria
particolarità dell’interesse generale, suo proprio spirito:[...]Poiché la
burocrazia è, secondo la sua essenza, lo “Stato come formalismo”, essa lo è
anche secondo il suo scopo. Il reale scopo dello Stato appare dunque alla
burocrazia come uno scopo contro lo Stato.[6]>>.
Quindi un’organizzazione quella burocratica che tende al raggiungimento del suo
scopo, ovvero quello del formalismo di Stato anche a scapito del contenuto
dell’interesse generale dello Stato, in quanto in questo c’è il motivo della
sua esistenza. Ma questa considerazione non possiamo ritenerla valida anche
oggi? Non è forse vero che l’apparato burocratico dello Stato moderno lavora
spesso a scapito dell’interesse generale dello Stato? Che la macchina
dell’apparato statale con i suoi formalismi, sta rendendo oggi impossibile la
gestione di una società le cui regole variano con dei tempi assolutamente
diversi da quelli consentiti dai rigidi meccanismi di un sì fatto apparato?
Marx riguardo a questo disegno del modello hegeliano ha detto che <<la
maggior parte dei paragrafi potrebbero stare, parola per parola, nel codice
civile prussiano,[7]>>
e sicuramente l’immagine di Stato prussiano ci ricorda quella di una macchina
imponente che vive di una vita autonoma, efficiente o meno che sia.
Esiste una
soluzione, un’alternativa a questo? Quella che Marx propone è che <<Il
superamento della burocrazia è possibile solo a patto che [...] il particolare
interesse diventa realmente l’interesse generale[8]>>.
Questo è il postulato attraverso cui tutto diventa Stato. Se per due punti
passa una sola retta, il superamento della burocrazia passa attraverso l’unione
di questi due punti apparentemente distanti, interesse particolare e interesse
generale, la cui risultante è che tutto diventi Stato.
Ecco allora che,
per Marx, lo Stato di Hegel scende sulla società civile; non viene da essa
costruito come insieme di regole necessarie destinate allo sviluppo ed alla
gestione della società stessa. Esso diviene e prende una sua esistenza autonoma
la quale ha poi gli stessi problemi di gestione della società civile. Vive di
vita propria, dimentico di quello per cui era nato. I suoi problemi diventano
problemi di gestione, del potere, e diventa terreno di confronto, di conquista,
per alcuni membri della società civile: i burocrati, che tradotto nel nostro
linguaggio vuol dire i politici, che fanno dello Stato uno strumento per la
tutela e lo sfruttamento del loro potere. La società civile da cui, e per cui,
era nato è oramai distante, dimenticata. Diventa qualcosa non più per essa ma
contro di essa. Chi è che poi risolve i problemi di gestione dello Stato nato
per gestire la società civile? E’ nel concetto di Stato inteso come entità
separata che è insito il suo distacco dalla società civile. La soluzione non è
certo quella di far diventare tutto Stato, vista la sorte, ed il giudizio
storico, toccata agli stati comunisti.
Passiamo ora al
secondo punto della critica di Marx ad Hegel, ovvero la mancanza nello Stato di
un reale legame politico, al di là degli interessi particolaristici delle varie
corporazioni, che unisca i cittadini appartenenti alle diverse classi della società civile. Come detto finora
manca, per Marx, nel disegno hegeliano un interesse generale che costituisca il
contenuto politico che accomuni i cittadini. E questo “affare generale” non è
riconducibile all’”elemento di classe” che Hegel aveva individuato quale
momento di mediazione delle classi nel potere legislativo opposto al potere del
principe.
Hegel identifica
nell’identità tra le classi politiche e le classi civili la caratteristica
principale dello Stato feudale<<Quivi le classi della società civile in
genere e le classi in senso politico erano identiche. Si può esprimere lo spirito
del medioevo così: che le classi della società civile e le classi in senso
politico erano identiche perchè la società civile era la società politica:[...]
Tutta la loro esistenza era politica; la loro esistenza era l’esistenza dello
Stato.[9]>>
Egli cerca la separazione delle due quale caratteristica distintiva dello Stato
moderno, tutttavia poichè il suo sistema filosofico è un tentativo di
costruzione di un’unitaria identità partendo da due opposti, attraverso
l’elemento di classe cerca di costruire l’identità di queste classi facendole
partecipare all’attività legislativa dello Stato, che lui tenta di volere
unitario. Tuttavia appare chiaro a Marx che in questo modo Hegel priva di
significato ed attività politica autonoma le classi civili, opponendole di
fatto nella loro duplice identità; quella civile privata e quella politica
statale. Quindi l’individuo che appartiene alle classi ha anch’esso questa
doppia identità; quella di uomo civile e quella di cittadino, antitetiche tra
loro e tra loro in opposizione al punto che <<[...]solo in quanto
individuo, esso può essere cittadino dello Stato. La sua esistenza come
cittadino dello Stato è un’esistenza ch’è situata fuori della sua esistenza
comune ed è dunque puramente individuale.[10]>> Ecco quindi che si genera una polverizzazione
dello Stato, “un’atomismo” che era scomparso nella società civile e nella
famiglia, <<precisamente perchè esso è un’astrazione dalla famiglia e
dalla società civile.[11] >>. L’individuo trova nell’identità
sociale quale appartenenza ad una classe la sua identità politica, ed i
particolari interessi civili diventano politici. Ecco perchè per evitare questa
supremazia di particolarismi Hegel introduce l’elemento di classe quale
mediazione della società civile nel potere politico, che si estrinseca negli
“stati” legislatori.
Per Marx nella sua
monarchia costituzionale Hegel era partito dal potere del principe a cui aveva
posto di fronte la società civile; l’elemento di mediazione della volontà del
principe era costituito dal potere governativo, mentre mancava un elemento di
mediazione delle classi civili troppo frastagliate per poter essere un
componente unitario in antitesi al potere governativo. Ovvero Hegel si rende
conto che la società civile non può ispirare l’elemento legislativo facendone
un momento unitario di fronte al potere del principe. Così egli basa l’elemento
costituzionale dello Stato sul disegno delle corporazioni della società civile
da cui prendono corpo gli “stati” che attraverso l’elemento politico di classe
si mediano unitariamente, nel potere legislativo. Tuttavia l’introduzione degli
“stati”, come rappresentanti delle corporazioni della società civile, sono
un’inutile ripetizione, una sovrastruttura. Allora cerca attraverso l’elemento
di classe di unificare gli “stati” rendendoli un concetto unico, un’essenza che
come tale può essere antitesi, in realtà opposta, al potere governativo quale
emanazione della volontà sovrana del principe. Quello che Hegel vorrebbe è che
i due opposti princìpi, ossia l’elemento sovrano del principe e l’elemento
costituzionale del potere legislativo, si uniscano e dalla loro unione
scaturisca l’identità dello Stato; così come nel suo sistema dialettico dai due
opposti che si negano scaturisce la mediazione, ovvero da tesi ed antitesi
secondo la mediazione dialettica si arriva alla sintesi. Il problema di queste
sovrastrutture, della loro creazione sta nel fatto che Hegel tratta questa
materia, realizza questo sistema, non per quello che esso è, o deve essere
nella realtà; ovvero un’organizzazione, un meccanismo destinato ad occuparsi di
una cosa vera qual’è la vita degli individui, della società. Egli tratta le
idee, le sostanze, e cerca delle essenze universali, adatte al suo disegno
filosofico, che non esistono nella realtà vera; o meglio esistono quali idee,
pensieri che rimangono come astrazioni senza la concretezza della quotidianità.
Veniamo all’ultimo
punto: l’esclusività dei diritti politici legata alla proprietà privata ed
all’ereditarietà. Come ho detto prima Hegel nel suo programma riformatore del
sistema aveva come obiettivo una rivoluzione opposta a quella francese, non
cruenta, che riuscisse a porre le basi per un diverso modello di Stato che
avesse alla base una nuova costituzione. Su questo Marx obietta come prima cosa
che le costituzioni si modificano attraverso una transizione progressiva, ma
per mutarle, affinchè siano nuove occorre una rivoluzione formale, perchè solo
attraverso un progresso che abbia come base il potere legislativo, come fù
quello della Rivoluzione francese, si attua il radicale mutamento; le
modificazioni realizzate dal potere governativo sono false modificazioni, sono
restaurazioni <<[...] per una nuova costituzione è sempre occorsa una
formale rivoluzione. [...] La categoria della transizione progressiva è in
primo luogo falsa storicamente e secondariamente non spiega nullla. [...] Il
potere legislativo ha fatto la Rivoluzione francese; esso, là dove ha dominato
nella sua specialità, ha fatto, in genere le grandi rivoluzioni organiche
generali;[...] Per contro il potere governativo ha fatto le piccole
rivoluzioni, le rivoluzioni retrograde, le restaurazioni;[12]>>
E’ questa un’obiezione di principio, prima ancora che di fatto, che egli fa ad
Hegel; Marx rivendica la titolarità del popolo a ribaltare il vecchio sistema.
Ed Hegel che si poneva come un riformatore del sistema, attraverso una
rivoluzione costituzionale, appare come un restauratore.
Come abbiamo visto
precedentemente Hegel guardava con interesse alla borghesia tedesca quale spina
dorsale del nuovo Stato, a quella borghesia non rivoluzionaria che, proprio
dalla depressione causata nel commercio dal sistema napolenico, aveva subito i
maggiori danni. Nel diritto egli parte proprio dalla tutela della proprietà
privata, prima ancora che dalla tutela dei diritti legati all’individuo, quale
diritto inalienabile dell’uomo; questo perché egli giudica quei diritti
dell’individuo, del cittadino, promulgati dalla Rivoluzione francese, quali
diritti vuoti, astratti; così egli pone alla base dell’appartenenza diretta
“all’uno degli stati” la proprietà fondiaria la quale più di ogni altra
ricchezza risulta autonoma in quanto per il proprietario <<il suo
patrimonio è tanto indipendente dal patrimonio dello stato, quanto
dall’insicurezza dell’industria, dalla brama del guadagno e dalla mutevolezza
del possesso in genere[13]>>.
Hegel aveva
disegnato una sorta di bicameralismo, dove le camere erano formate l’una per
appartenenza diretta ad uno degli “stati”, l’altra per rappresentanza degli
altri “stati”, quelli mobili della società civile. Quindi nel primo “stato”, se
vogliamo una sorta di senato, entrano di diritto l’aristocrazia fondiaria, gli
junkers, mentre <<Nell’altra parte dell’elemento degli “stati” rientra il
lato mobile della società civile, il quale può intervenire soltanto attraverso
deputati, esteriormente a cagione della moltitudine dei suoi membri, ma
essenzialmente a cagione della natura della sua destinazione e occupazione.[14]>>
Dunque Hegel guarda alla classe sociale dei grandi proprietari terrieri, come
fondamenta del suo nuovo Stato, quale classe politica a cui deputare
l’esercizio diretto del potere legislativo. Per garantire l’inalienabilità
della proprietà fondiaria, e quindi dei diritti politici ad essa connessi,
attraverso la trasmissione ereditaria, essa viene gravata del diritto di
maggiorasco attraverso il quale si rende automatica l’appartenenza allo stato
politico, così l’individuo <<[...] in conseguenza di ciò è chiamato ed
autorizzato in essa dalla nascita senza l’accidentalità di un’elezione.[15]>>
Marx attacca Hegel
proprio nel maggiorasco che lui ritiene l’eredità feudale per eccellenza, non
giustificata dal fatto <<[...]che il maggiorasco è meramente un’esigenza
della politica e che dev’essere compreso nella sua posizione e nel suo significato
politici.[16]>>.
Da qui egli trae un sillogismo a suo uso e consumo. Unendo indissolubilmente la
proprietà e la trasmissione ereditaria della proprietà, che invece non si
esaurisce nell’eredità ma si estrinseca anche nel contratto, e attaccando quale
residuo feudale il maggiorasco, riesce a porre in discussione anche la
proprietà privata quale opposizione alle altre determinazioni immateriali
dell’individuo; <<Nel maggiorasco la proprietà fondiaria, l’esatta
proprietà privata, diventa perciò un bene inalienabile, dunque una
determinazione sostanziale,[...] E’ dunque logico che, dove è inalienabile la
proprietà privata, il possesso fondiario, siano inalienabili, per contro la
“generale libertà del volere” [...] e l’eticità[...] L’inalienabilità della
proprietà privata è in uno “l’alienabilità” della generale libertà del volere e della moralità sociale.[17]>>.
Da questo punto Marx inizia il suo attacco al concetto di proprietà privata
come alienazione dell’individuo, come “dipendenza dell’uomo dall’uomo”, che
riporterà poi in tutta la sua teoria economica. Il suo scopo è dimostrare che
un siffatto sistema basa il suo concetto di espressione politica, il senso
politico dello Stato che il cittadino dovrebbe fondare su un’etica non
dipendente da fattori economici, esclusivamente sull’idea della proprietà come
sostanziale determinazione dell’individuo, sia sotto il profilo dei diritti
“naturali” che sotto quello dei diritti politici. E l’indipendenza dell’uomo
anche sotto il profilo etico e morale è strettamente connessa alla sua
indipendenza economica che deriva direttamente dalla proprietà privata. Quello
che Hegel aveva pensato, mutuando un’immagine platonica, come garanzia contro
la corruttibilità dell’individuo così sollevato dai bisogni materiali, in grado
di votarsi alla salvaguardia degli interessi dello Stato, viene preso da Marx
come esempio di bassezza etica e politica dello Stato hegeliano:
<<L’incorruttibilità appare come la più alta virtù politica, un’astratta
virtù. [...] e perciò dimostra precisamente che essa non è lo spirito dello
Stato politico, non ne è la regola, bensì l’eccezione, e come tale eccezione è
costruita.[18]>>, egli pone in dubbio proprio il sentimento
politico su cui poggia lo Stato.
Marx continua
affermando che i diritti che a questo punto, grazie al maggiorasco diventano
innati, privilegiano l’uomo nei suoi diritti sociali. Ovvero il sociale che
proprio perchè artificiale è distante dal naturale, in realtà ricava da questo
i diritti che sono alla base della disuguaglianza classista tipica della società.<<Le
supreme funzioni statali coincidono con l’individuo, per nascita;[...] Lo Stato
nelle sue più alte funzioni assume una realtà animale.[19] >> Perciò gli uomini che dovrebbero
nascere uguali, almeno dei loro diritti innati, sono, nel sociale e nel
politico, diseguali al punto che l’uomo naturale è diverso dal cittadino. E’
questo un tema che abbiamo già trovato, quello della differenza tra uomo
animale e uomo sociale, e che Marx porrà alla base di tutta la sua critica
degli stati moderni. Anche nella Questione
ebraica egli tornerà su questo concetto riportando l’accento sul fatto che
alla base delle moderne concezioni del diritto c’è questa discrasia tra
<<i cosiddetti diritti dell’uomo, i droits de l’homme, come distinti dai
droits du citoyen[20]>>,
questa inconciliabile antitesi tra società civile e Stato politico da cui
l’umanità riuscirà ad affrancarsi soltanto con l’eliminazione della differenza,
con la totalizzazione dell’individuo nel cittadino, della società civile nello
Stato politico; finchè continueranno ad affermarsi i cosiddetti diritti
naturali dell’uomo, ovvero quelli del giusnaturalismo di Hobbes e Rousseau,
esso continuerà a ripiegarsi sul suo egoismo quale individuo isolato in guerra
con gli altri individui, e vedrà lo Stato solamente emanazione della società
civile da cui proviene, come un “contratto sociale” utilitaristico dove
<<L’unico legame che li tiene insieme è la necessità naturale, il bisogno
e l’interesse privato, la conservazione della loro proprietà e della loro persona
egoistica.[21]>>
.
Ecco quindi che se
l’indipendenza politica dei cittadini nello Stato, ovvero un ente di diritto
pubblico quale l’autonomia politica del cittadino, si fonda su un ente di
diritto privato, qual’è la proprietà privata, allora la proprietà privata non è
l’effetto dell’esistenza dello Stato politico, ma la sua causa. E l’indipendenza politica i cittadini la
ricevono non dallo Stato ma dalla proprietà privata, e nella fattispecie dal
maggiorasco.
Marx nega anche la
similitudine che Hegel aveva fatto con la bicameralità inglese, che avevamo
visto prima egli aveva concretizzato nella partecipazione sia diretta che per
elezione ai due diversi “stati”, respingendo tale interpretazione come
personale. Queste nel disegno hegeliano stanno invece come contraddizione l’una
di fronte all’altra; sono la prima una rappresentanza di classe, e feudale, e
l’altra rappresentanza politica della società civile. Quindi Hegel ha
restaurato attraverso il maggiorasco ciò che la Rivoluzione francese aveva
eliminato dall’organizzazione classista dell’impianto feudale dello Stato:
l’ereditarietà politica come conseguenza dell’ereditarietà della condizione
economico-sociale. E’ questa senza dubbio la verità più significativa
dell’analisi che Marx fa di Hegel, chiarendo tutto il disegno politico che sta
dietro il suo sistema filosofico. Hegel ha costruito un sistema filosofico in
cui con l’idealismo ha assegnato alla ragione il primato della vera conoscenza,
relegando l’intelletto, interprete primario del periodo illuminista, a mero
strumento dell’intuizione sensibile; su questo sistema razionale ha impiantato
le basi del suo Stato politico riportandolo ad un disegno classista che con la
Rivoluzione francese, massimo evento storico dell’illuminismo, era stato in un
qualche modo stravolto. Che i veri intenti siano stati quelli di un riscatto
storico del popolo tedesco, attraverso una “rivoluzione” che non si era
realizzata, è senza dubbio un’interpretazione realistica; sta di fatto che egli
ha fatto nella politica, con la sua filosofia, quello che la Restaurazione
aveva fatto nella geografia e nella storia.
Ma tentiamo di
chiudere la critica marxiana. Con questa dimostrazione del rapporto di identità
della proprietà privata con il maggiorasco, e della radice feudale
dell’istituzione del maggiorasco, Marx ha dimostrato, sia che il moderno (per
l’epoca) Stato politico mantiene le sue radici feudali, sia che la costituzione
dello Stato, ed il suo potere legislativo, non sono la mediazione tra la
società civile e lo Stato in quanto monarca. Tuttaltro; le classi della società
civile non hanno alcun rapporto di mediazione attraverso il potere legislativo,
né l’elemento politico di classe è la loro identità.
Egli ha dimostrato
che nello Stato moderno l’uomo ha, da un punto di vista politico, una nascita
innata, non sociale né artificiale bensì naturale, infusa da un modello che ha
nel classismo feudale le sue radici, dove la società civile serve solo da
supporto per un sistema che cristallizza dei privilegi che sono innati ed
inamovibili. E’ ora pronto per la sua opera di demolizione del fondamento della
proprietà privata, e quindi di tutto lo Stato, che lui ha politicamente fatto
derivare da essa.
Come abbiamo visto
Marx afferma che, proprio a causa del maggiorasco, non è lo Stato a rivestire
di legalità la proprietà privata, che nel suo contenuto reale indipendente
dalla legge e precedente alla nascita dello Stato e del diritto, ovverosia il
possesso, è un “fatto inspiegabile”; ma proprio lo Stato riceve la sua
esistenza dalla proprietà privata; <<La proprietà privata indipendente,
ossia la reale proprietà privata, è allora non soltanto il sostegno della
costituzione, ma la costituzione stessa.[22]>>
Poi attacca
culturalmente il fondamento di quel romanticismo propriamente germanico che
collegava i fondamenti della tradizione germanica alla tradizione e cultura del
popolo romanico, e lo fa proprio sul terreno del diritto: sulla distinzione tra
diritto pubblico e diritto privato che in questo caso, nel caso della
proprietà, assume i contorni della mistificazione. Ovvero nell’impero romano
tutto il diritto privato viene trattato come rapporto dell’individuo con le
cose, come <<[...] lo ius utendi et abudendi, il diritto di disporre
liberamente delle cose.[23]>>
anche quando le cose sono gli schiavi come in uso presso quei popoli. Ma mai il
diritto pubblico viene confuso con quello privato, sia perché le cariche
pubbliche non sono mai ereditarie, se non per l’imperatore, sia perché il
diritto di testare viene considerato quale un’emanazione della proprietà
privata. Il maggiorasco con la diretta correlazione che esso genera con le
cariche pubbliche, e con la trasmissione ereditaria di fatto, viola proprio
questi due ultimi principi; e quindi si configura come una mistificazione tra i
due piani del diritto. Perciò è falsa l’analogia tra il diritto romano e quello
germanico, dove in quest’ultimo si configura una reale opposizione tra diritto
pubblico e diritto privato contro un diritto privato che diventa di Stato. Da
cui questo diritto pubblico, che nella sua forma politica prende a garanzia
della propria esistenza un’entità di diritto privato (proprietà privata e
maggiorasco), manca di leggitimità. E così le classi che vivevano nella forma
di “stati” la loro vita politica risultano private della loro reale esistenza
nello Stato.
Lo Stato e la
società civile stanno perciò come contrapposti. Lo Stato politico, distante
dalla società civile, è lo Stato astratto, diverso dalla società concreta.
Affinchè esso diventi concreto è la società civile che deve farsi politica,
ovvero deve fare della sua esistenza politica l’esistenza reale dello Stato.
In ultimo la
componente della partecipazione del popolo alla vita politica. Poiché la
società è composta dai molti sono i molti che devono partecipare all’esistenza
dello Stato politico, ovvero sono i molti che devono fare della loro esistenza
politica l’esistenza dello Stato politico reale. Come abbiamo visto l’elemento
politico di classe è l’esistenza della società civile, e l’esistenza dello
Stato, l’unica reale ovvero quella politica, è il potere legislativo;
attraverso l’elemento politico di classe la società civile perviene alla sua
esistenza politica, ovvero costituisce ed esercita il potere legislativo.
Il punto di arrivo
è la partecipazione dei singoli, e non delle classi, alla vita politica; dei
singoli individui che sono al contempo cittadini:<<Dunque il voler
prender parte tutti singolarmente al potere legislativo non è altro che il
voler tutti essere dei reali (attivi) membri dello Stato [...][24]>>
Ma non è una forma
democratica rappresentativa quella a cui Marx aspira; perché questa non
potrebbe avvenire che attraverso dei deputati, i quali sarebbero nuovamente
l’espressione del distacco tra Stato e società civile. Quello a cui egli tende
è la fusione: solo <<la società civile è società politica reale[25]>>
e <<scompare totalmente il significato del potere legislativo come potere
rappresentativo[26]>>.
Affinché la società civile possa esercitare il potere legislativo esso deve
diventare il potere legislativo della società civile e quindi si tratta di
estendere e generalizzare al massimo l’elezione, e con essa il diritto di
suffragio attivo e passivo. Quindi è l’elezione illimitata che diventa
<<il rapporto immediato, diretto, non meramente rappresentativo ma reale,
della società civile con lo Stato politico[27]>>
attraverso la quale la società civile assurge <<all’esistenza politica
come la sua vera esistenza generale, essenziale[28]>>.
Qui termina
l’analisi della critica marxiana ad Hegel. Non proseguirò ulteriormente
nell’esposizione di Marx sia perchè la prosecuzione della sua ideologia è nota
ai più, sia perchè l’uso che intendevo farne era quello di strumento, molto
appuntito, per analizzare i limiti della filosofia hegeliana. Voglio solamente
aggiungere due considerazioni.
La prima è che Marx
ha sviluppato una filosofia del diritto come critica alla filosofia del diritto
hegeliana. Egli ha confezionato una dottrina economica, ed il suo modello di
Stato socialista nasce, a mio giudizio, negli scritti che ho menzionato. Marx conclude
lo sviluppo del socialismo, dal punto di vista del diritto, come reazione alla
separazione che aveva identificato tra la società civile e lo Stato hegeliano,
con un disegno che vede la totale confluenza, l’annientamento, della società
civile nello Stato. Questa simbiosi renderà vera l’emancipazione dell’uomo
annientando il dualismo tra individuo e cittadino. Se volessimo riassumere
l’ideologia di Marx potremmo prendere quale manifesto socialista questo brano:
<<Solo quando
l’uomo reale, individuale, riassume in sé il cittadino astratto, e come uomo
individuale nella sua vita empirica, nel suo lavoro individuale, nei suoi
rapporti individuali è divenuto ente generico, soltanto quando l’uomo ha
riconosciuto e organizzato le sue “forces propes” come forze sociali, e perciò
non separa più da sé la forza sociale nella figura della forza politica,
soltanto allora l’emancipazione umana è compiuta[29]>>.
La seconda
considerazione è che Hegel ha costruito un sistema, opinabile, criticabile, ma
in ogni caso un sistema che, per il periodo storico in cui si colloca, ha senza
dubbio rappresentato un momento fondamentale nello sviluppo del moderno Stato
di diritto.
Vediamo ora un
ultimo punto riguardo alla filosofia
delle idee hegeliana. L’idealismo abbiamo visto come e perché nasce, come nuova
filosofia della conoscenza rispetto alle esperienze illuministe, e cosa ha
prodotto a sua volta, come reazione al “sistema” filosofico nel campo del
diritto. Quindi l’idealismo abbiamo detto nasce come filosofia della conoscenza
e termina interessandosi al diritto. Dall’idealismo come filosofia delle idee
nasce l’ideologia. E questa non è una deduzione forzata con un gioco di parole,
bensì la conseguenza del fatto che il contenuto dell’idealismo si sposta dal
mondo individuale al mondo sociale e che il suo scopo diventa quello di
costruire un sistema con il quale Hegel intende fondare il suo concetto di
Stato; attraverso esso egli definisce i princìpi su cui lo Stato deve essere
costruito, fino ad arrivare ai meccanismi del suo funzionamento. L’idealismo
diventa un’ideologia che descrive un sistema sociale basato su dei princìpi di
vita collettiva, che devono regolare la vita degli individui che lo compongono.
Come critica e reazione ad esso nasce il socialismo, altra ideologia che
descrive i princìpi di un sistema sociale che regola la vita degli individui
che lo compongono. E’ su queste due ideologie che si è basata la storia delle
civiltà del mondo europeo occidentale nel ventesimo secolo. E’ da qui che
nascono, con aberrazioni più o meno marcate, i modelli politici e sociali
dell’Europa continentale.
In esse c’è di
comune il fatto che si pongono come sistema composito e funzionante, in cui si
trova la risposta alle necessità di regolazione della vita collettiva degli
individui. Sono ovviamente due ideologie diverse, che hanno dato luogo a
modelli di Stato diversi dalla loro nascita; ma entrambe hanno lo stesso scopo.
[1]( in: K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, a cura di U. Cerroni, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 21)
[2](ivi, p. 22)
[3](ivi, p. 28)
[4](ivi, p. 29)
[5]( in: G. W. F. Hegel, Lineamenti di Filosofia del Diritto [Grundlinien der Philosopie des Rechts, 1821] a cura di G. Marini, Roma-Bari, Laterza, 1991, p. 236)
[6]( in: K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, a cura di U. Cerroni, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 59)
[7](ivi, p. 57)
[8](ivi, p. 61)
[9](ivi, p. 86)
[10](ivi, p. 91)
[11](ivi, p. 93)
[12](ivi, p. 69)
[13]( in: G. W. F. Hegel, Lineamenti di Filosofia del Diritto [Grundlinien der Philosopie des Rechts, 1821] a cura di G. Marini, Roma-Bari, Laterza, 1991, p. 245)
[14](ibidem)
[15](ibidem)
[16](in: K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, a cura di U. Cerroni, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 113)
[17](ivi, p. 114)
[18](ivi, p. 117)
[19](ivi, p. 119)
[20]( in:K. Marx, La questione ebraica, traduzione di R.Panzieri, Editori Riuniti, Roma, 1991, p. 28)
[21](ivi, p. 31)
[22]( in: K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, a cura di U. Cerroni, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 121)
[23](ivi, p. 124)
[24](ivi, p. 132)
[25](ivi, p. 133)
[26](ibidem)
[27](ivi, p. 134)
[28](ivi, p. 135)
[29](in:K. Marx, La questione ebraica, traduzione di R.Panzieri, Editori Riuniti, Roma, 1991, p. 37)