Stiamo arrivando al tema di quali sono i valori in cui lo Stato deve riconoscersi, ed in quale modo esso deve tutelarli. Prima di parlare della diversa importanza che i valori possono avere nello Stato, dobbiamo soffermarci un attimo su cosa deve essere questo Stato, su quale dovrebbero essere il suo campo di influenza e la dimensione delle sue aree di competenza. Per parlare di ciò partiamo da un elemento essenziale: il rapporto tra lo Stato ed i bisogni della società civile, da cui il senso di appartenenza dell’individuo verso lo Stato, ricordando sempre che oggi, nella nostra società, esiste un forte distacco tra questi due soggetti .
Una cosa certamente la critica di Marx ad Hegel aveva posto in luce: che le grandi società producono l’assenteismo politico degli individui, <<in particolare nei grandi Stati, sopravviene necessariamente l’indifferenza nel dare il proprio voto, come se esso avesse, nella quantità, un effetto insignificante;[1]>>. Questa riflessione anticipava ciò che oggi avviene nelle evolute società attuali; il fenomeno dell’aumento dell’assenteismo politico dei cittadini, manifestazione del distacco della società civile dalla politica, quindi dallo Stato politico. L’indifferenza dei grandi numeri, diretta conseguenza delle società moderne, era stata anche anticipata da Hume; in particolare egli aveva rilevato l’importanza dell’assenteismo dei cittadini quale pericolo nel valutare da parte dello Stato come esigere il corrispettivo per l’erogazione dei beni collettivi.
Entrambi avevano imputato alla spersonalizzazione che si avverte nei grandi agglomerati sociali, da parte dei singoli individui, nei riguardi della partecipazione alla vita collettiva. In particolare Hume, nella sua descrizione del pericolo dell’assenteismo fiscale, vedeva l’incerto del distacco del cittadino dal sentire lo Stato come un bene collettivo, al quale partecipare attraverso la contribuzione economica necessaria per il suo sostentamento.
Lo Stato è deputato alla produzione dei servizi collettivi che possono essere fruiti dai cittadini e che, con delle sostanziali differenze, corrispondono a delle merci. Tuttavia mentre per le merci l’offerta varia con l’andare del consumo e la domanda collettiva è la somma dei consumi individuali, e questo genera le regole del mercato, per i servizi collettivi ciò non sempre corrisponde alla realtà. Altro elemento di differenza tra beni e servizi pubblici è la divisibilità, sia dei benefici che dei costi di produzione. Infatti, ad ogni merce corrisponde un certo valore di acquisto, dato dal costo di produzione e dal consumo del bene stesso; al contrario, non solo per i servizi collettivi è praticamente impossibile arrivare ad una massimizzazione della produzione, ma l’esplicitazione della volontà di acquisto, e quindi di pagamento da parte del consumatore, non può essere alla base della programmazione che l’ente erogatore del servizio pubblico può fare. Potrebbe infatti accadere che l’utente consumi il servizio senza pagare; quelli che Hume, appunto, definiva i così detti “free riders”.
E’ qui la differenza precipua tra i due tipi di beni; la produzione delle merci è conseguenza del loro consumo, la produzione dei servizi collettivi deve essere garantita dallo sforzo cooperativo di tutti i cittadini attraverso il contributo fiscale del singolo. Il cittadino può tendere, per egoismo, a non cooperare, rischiando con ciò di distruggere tutto il meccanismo. Il compito dello Stato è proprio quello di garantire che tutti partecipino alla cooperazione, ovvero paghino le tasse dovute; se tutti fossero cooperativi non ci sarebbe l’esigenza dello Stato. Le regole che esso stabilisce devono garantire il rispetto della vita civile, e devono servire ad evitare l’effetto “free riders.
Secondo Hume noi siamo dotati di una limitata e parziale generosità che, quale nostra indole naturale non egoistica, è dannosa alla pace e stabilità sociali, poiché siamo sensibili al mondo intorno solo in misura direttamente proporzionale a quanto esso è in collegamento con noi.
La società è utile in virtù dell’unione che ne scaturisce tra gli individui e che a questi porta forza, abilità e sicurezza dalla loro stessa cooperazione; ed è l’interesse personale che deve farci cogliere i benefici che come individui possiamo trarre dalla cooperazione e dall’unione del vincolo societario, anche se è difficile capirne i benefici immediati in quanto sono troppo polverizzati, distanti ed alcune volte contrari a quello che l’interesse personale, fine a noi stessi, ci permette di cogliere immediatamente.
Tutto ciò è maggiormente esasperato nelle società espanse dove i grandi numeri non ci consentono di percepire immediatamente l’effetto che le nostre azioni hanno sugli altri, soprattutto quelli che ci sono più distanti. Più i numeri che compongono una società sono piccoli più possiamo capire l’interdipendenza che ci lega con il mondo esterno; e nel caso dei servizi collettivi, in un nucleo sociale ridotto, sarebbe molto facile cooperare senza l’intervento statale. Hume aveva bene in mente gli effetti dei numeri. Secondo il filosofo l’osservazione delle regole di giustizia, viene indotta, in una società in via di formazione, dalla considerazione del concetto di interesse comune, ma quando i numeri aumentano la passione per il comune interesse può essere persa di vista, e superata da altre passioni che spesso contrastano il pubblico interesse. Inoltre quando l’interdipendenza è elevata la decisione è spinta più dalla prudenza che dalla morale, e questo può non essere sufficiente a soddisfare l’utilità collettiva: ad esempio per ciò che riguarda la sicurezza nazionale. La prudenza tende a farci essere dei “free-riders”, e solo se noi riusciamo ad identificarci con gli altri, e quindi ad avere un senso dei ruoli, pagheremo il dovuto per evitare di danneggiare quelli che hanno avuto la volontà di pagare. Aggiungerei che questo può essere possibile se noi percepiamo lo Stato, ovvero la comunità sociale, come qualcosa di nostro.
Quindi l’individuo deve percepire lo Stato, ed i servizi che esso “produce” per la comunità, come un bene collettivo da preservare, percependo la sua stessa partecipazione come direttamente utile alla collettività; sia che questa si esprima attraverso l’esercizio del voto, che del pagamento dei tributi, che anche con un maggiore coinvolgimento diretto.
Poiché le grandi società sono un fattore che non possiamo modificare, il modo di recuperare l’assenteismo politico dei cittadini è quello di riportare alcune funzioni e attività dello Stato all’interno della società civile rinsaldando, attraverso il contributo attivo dell’individuo, il senso civico dei cittadini. Attraverso questo recupero del significato della società civile, e del suo ruolo nello Stato, si riuscirà a farla percepire come un bene collettivo a disposizione di tutti.
In questo contesto, sotto il profilo dell’erogazione dei servizi e dal punto di vista normativo, si inserisce il ruolo del “no-profit” e delle “authority”. Attraverso il potenziamento delle funzioni di queste organizzazioni si possono sia erogare servizi su aree oggi non presidiate quali ambiente, sanità, anziani, sicurezza, sussistenza sociale, cooperazione, – riducendo i costi e recuperando aree di occupazione attraverso l’intervento delle organizzazioni no-profit – sia ridurre – attraverso l’aumento del ruolo normativo e di controllo delle autorità sui mercati – l’enorme mole delle leggi e delle norme attualmente in vigore alleggerendo le aree di intervento dello Stato. E’ indubbio che oggi uno dei maggiori problemi dello Stato sia il peso della pubblica amministrazione; sia come insieme di norme e leggi che come apparato burocratico, con costi poco correlati ai servizi erogati. L’insieme delle norme che sono state emanate è enorme e spesso contraddittorio; lo Stato è intervenuto su tutto regolando, o meglio gravando, ogni umana attività anche nei campi in cui queste regole hanno rappresentato delle inutili sovrastrutture. Non solo, ma tutta questa immane attività normativa è poi sfociata in un’imposizione fiscale necessaria a pagare l’apparato che l’ha prodotta; inutile dire che della macchina burocratica si è fatto più un uso clientelare e assistenziale che efficientista. La soluzione che da tutti oggi è discussa è quella dello “Stato leggero” per ridurre il carico fiscale .
Prima di parlare di Stato leggero bisogna dire che la classe politica deve avere il coraggio di ammettere che il carico fiscale può essere alleggerito ma difficilmente ridotto oltre una certa soglia; anche perché, laddove la macchina amministrativa riuscisse ad alleggerire i suoi costi migliorando la propria efficienza e conseguisse un avanzo primario stabile, buona parte del prelievo fiscale dovrebbe essere usato per ridurre il debito pregresso accumulato. Quindi le tasse non possono essere ridotte, ma che almeno siano aumentati la quantità e qualità dei servizi collettivi che vengono erogati; qui sta il nocciolo del problema, ossia il rapporto tra prelievo fiscale e portafoglio di servizi che lo Stato eroga. E’ questo il motivo che influisce maggiormente sul distacco tra cittadino e Stato, che fa perdere il senso di appartenenza allo Stato e aumenta l’assenteismo politico della società civile. Sarebbe assurdo dire che migliorando i servizi erogati si migliorerebbe la lotta all’evasione fiscale, ma sicuramente influendo sul senso civico dei cittadini si possono ottenere risultati di lungo termine; ed inoltre si andrebbe a ridare un significato etico a quella che oggi è vista solo come un’azione di repressione. Il problema dell’equità fiscale è troppo complesso e vasto, ed i sistemi di tassazione sono materia molto specialistica a cui studiano da anni i governi, per poter essere affrontato in questo contesto. Mi basta aggiungere che il potere di controllo su questo tema sarebbe tanto maggiore quanto più fosse diffuso e delegato al cittadino che, se sentisse come proprio interesse tutelare sul rispetto di un dovere da parte degli altri e ne vedesse con ciò una pratica applicazione attraverso la riduzione del proprio prelievo, potrebbe vigilare sul fatto che tutti paghino il proprio contributo, esigendo, ad esempio, ricevute sui propri acquisti di beni o servizi.
E’ chiaro che quando si arriva a parlare di Stato leggero bisogna intendersi su cosa esso significa. Se pensiamo ad una totale deregulation che consenta di smantellare l’apparato burocratico rischiamo, perseguendo unicamente un obiettivo economico, di causare danni maggiori alla collettività di quanto non siano consistenti i guadagni immediati che ne conseguono. E’ vero che l’attività normativa e di controllo è precipua dello Stato e non può essere deputata a corporazioni che rappresentino questo o quell’interesse particolaristico. E’ altresì vero che ci sono tutta una serie di settori in cui esistono degli enti, pubblici e privati, il cui confine di attività è spesso sovrapposto, dal punto di vista normativo, a quello dello Stato. Pensiamo al campo delle pensioni, in cui esistono organizzazioni sindacali e imprenditoriali che sono dei veri soggetti politici; delle parti sociali che sono in grado di rappresentare gli interessi di grossa parte della collettività, e in grado di regolare lo svolgimento di quelle attività guidandone anche gli aspetti normativi e legislativi. Possiamo dire lo stesso per la borsa, la sicurezza sul lavoro, l’ambiente, le assicurazioni, insomma per tutti quei settori dove esistono enti che già oggi svolgono attività normative autonome.
Interi settori della società civile possono essere dotati di autonomia favorendo la formazione di autorità di controllo, a cui possono partecipare rappresentanti degli operatori e degli utenti che compongono i mercati stessi, con competenza su questi, con lo scopo di regolarne il funzionamento e controllare gli operatori, evitando così l’intervento del parlamento o del governo su queste materie.
Oggi le autorità sono usate poco, solo su alcuni mercati, e male, perché ad esse non partecipano, in termini di governance, altro che rappresentanti dello stato; i loro compiti sono normativi o di mero controllo senza però avere reale potere sanzionatorio o ispettivo. Con la maturazione dei mercati, e la conseguente evoluzione degli utenti e degli operatori interessati, le norme che ne regolano il funzionamento debbono evolversi con la stessa velocità con cui cambiano le dinamiche interne, pena la cessazione della loro efficacia e, di conseguenza, il loro rispetto. Questa velocità e flessibilità di adattamento poco si addicono al diritto positivo ed alla capacità di legislazione da parte dello Stato. Inoltre la società civile deve sapere autoregolarsi ed i compiti dello Stato devono ridursi; da cui il diritto positivo lascia posto alla giurisprudenza ed alla capacità di controllo delle autorità, che la società civile insieme allo Stato hanno provveduto a formare su quei settori. Questo progressivo passaggio verso forme di legislazione basate sulla consuetudine, che diventa norma (common law) se riconosciuta come applicata secondo le regole del diritto, sarebbe per il nostro modello statutario una innovazione fondamentale per ridurre il corpus legislativo oggi esistente. Questo processo di delegificazione è in corso negli U.S.A. dove, in settori quali ad esempio le comunicazioni, si sta passando dall’applicazione della legislazione esistente, per loro in gran parte già nella forma della common law, verso forme di autoregolamentazione (softlaw), attraverso codici di autodisciplina stabiliti dagli stessi operatori. Il mancato rispetto delle norme fissate dall’autorità così composta prevedono forme di sanzione elevate, arrivando fino all’esclusione dell’operatore sanzionato dal mercato. Segno questo che non serve un voluminoso corpo di leggi per garantire il rispetto delle regole, come del resto diceva Beccarla già alcuni secoli or sono, ma basta la certezza dell’applicazione della sanzione; chi meglio degli attori coinvolti in un determinato settore, sia utenti che operatori, può determinare il rispetto delle regole? Si tratta di trasformare il modo di regolare parti della società civile passando da farlo attraverso leggi a farlo attraverso codici di autodisciplina, a cui aggiungere poteri ispettivi e sanzionatori da parte delle autorità di regolamentazione di quei settori. Immaginiamo quanto si ridurrebbe l’impatto sulla macchina della giustizia civile attraverso questo passaggio dalla legge alla disciplina, oppure di quanto si potrebbe fare efficienza tra i vari enti di controllo oggi esistenti.
A questa funzione delle authority si affianca quella degli enti no-profit. E’ chiaro che oggi il cittadino richiede più servizi allo Stato; ed è proprio nella non corrispondenza tra imposizione fiscale e servizi erogati che, dicevo, si innesca il progressivo distacco del cittadino dallo Stato. Questo fenomeno è molto più forte proprio in quegli strati socialmente più bassi della società. Infatti un individuo del ceto medio che non vede corrispondenza tra i due fattori citati ha come espressione concreta del suo distacco dallo Stato quella dell’assenteismo sia fiscale che politico; gli rimane tuttavia l’opzione di ricorrere al privato per fruire di alcuni servizi (sanitario, previdenziale, scolastico, ecc.). Ma coloro che non hanno questo tipo di opportunità hanno come unica alternativa quella di amplificare questo malcontento; ed ecco allora che si generano sacche di conflittualità forte e di emarginazione all’interno della società che possono portare a forme di connivenza verso gruppi di violenza organizzata e di terrorismo.
Riportare quindi il senso dello Stato nella coscienza dei singoli cittadini e riportarlo appunto in modo concreto attraverso un aumento dei servizi fruiti che lo faccia sentire loro quale bene collettivo. L’ente no-profit può essere una delle soluzioni a questo problema con un duplice effetto benefico: non gravare sui conti dello Stato e recuperare posti di lavoro di fronte ad una disoccupazione strutturale che è percentualmente aumentata, anche nei momenti di massima produzione. Il campo di intervento di questi enti è enorme: esso spazia dai servizi al cittadino nelle più svariate forme di assistenza, ai servizi per l’ambiente, per il territorio, per i beni culturali o altro ancora. E sono tutti settori in cui l’imprenditoria privata difficilmente può prestare la sua attenzione a causa degli alti costi e dei bassi profitti che se ne possono ricavare. Ecco quindi che il modello del no-profit può dare spazio e innovazione in quei settori in cui la macchina dello Stato non riesce a dare un risposta adeguata a causa della bassa efficienza endemica di tali apparati.
Authority ed enti no-profit come pilastri per ridurre i campi di intervento dello Stato, con essi la mole delle leggi esistenti, ed aumentare l’efficienza dei servizi erogati a fronte del prelievo fiscale che come abbiamo detto non può essere ridotto. Un disegno che abbia come obiettivo quello di riavvicinare i cittadini al senso dello Stato che diventa più leggero e lascia posto alla società civile. Ma quale potrebbe essere la forma di uno Stato leggero? Perché è chiaro che sia le autorithy che gli enti no-profit potranno prendere vita solo dopo che sarà stata realizzata una vera opera di ristrutturazione della struttura dello Stato e dei suoi apparati, senza la quale manca uno spazio di intervento reale per queste entità.
Per vedere come potrebbe essere realizzata questa ristrutturazione prendiamo spunto da questo intervento che l’Avv. Giovanni Agnelli ha tenuto in occasione dell’apertura del convegno promosso dalla Fondazione omonima “Costruire la società civile.” all’inizio di novembre del 1994. Il brano è significativo perché sottolinea come l’esigenza di rimuovere gli ostacoli esistenti tra Stato e società civile, affinchè aumenti la relazione tra i due soggetti, sia sentita da tutti i settori della società: << Si tratta di procedere nel senso del decentramento dello Stato, come ormai suggerisce un ampio dibattito; ma si tratta di portare, attraverso una ridefinizione dei confini dello Stato in tutte le sue articolazioni, un plesso importante di responsabilità verso la società nelle sue varie espressioni. E un corollario non secondario di questi processi è anche la definizione dei limiti della politica, e la riaffermazione dell’autonomia di diverse sfere della vita pubblica. [...] Società civile è dunque un concetto non semplicemente anti-statalista o anti-politico, come farebbero pensare gli usi oggi prevalenti. E’ anche un richiamo alle esigenze di solidarietà e, appunto, socialità; al senso di superamento, in un contesto di comunicazione e rappresentanza più vasto, della dimensione particolaristica e individualistica. “Società civile” sembra allora essere un ideale normativo, più che una mera descrizione della realtà; un concetto etico-politico, più che sociologico. Con società civile indichiamo allora l’aspirazione a un equilibrio dinamico tra libertà dei cittadini e autonomie delle istituzioni; tra efficienza, equità e responsabilità; tra controllo delle comunità locali sul proprio contesto di vita e rispetto delle autonomie tecnico-intellettuali; tra riduzione del peso degli apparati burocratici e garanzia delle chances dei più deboli; tra interessi individuali o particolari e bene comune.[2]>> .
Vediamo quali sono i punti salienti del discorso:
· decentramento dello Stato
· ridefinizione dei confini dello Stato in tutte le sue articolazioni
· definizione dei limiti della politica, e riaffermazione dell’autonomia di diverse sfere della vita pubblica
· senso di superamento della dimensione particolaristica e individualistica
· aspirazione a un equilibrio dinamico tra libertà dei cittadini e autonomie delle istituzioni
Alcuni di questi punti sono cause, altri effetti. Cominciamo da “il senso di superamento della dimensione particolaristica e individualistica”. Vale la pena rilevare, senza pretesa di fare un trattato sociologico, che oggi, per le cose che abbiamo detto sulle società dei grandi numeri, questo è un passo essenziale senza il quale rischiamo che il nostro mondo esploda in una galassia di particolarismi che hanno tra loro un potenziale di conflitto enorme. L’insieme della società oggi è un composito di nuclei che vanno dall’individuo ai diversi aggregati nei quali questo si riconosce; dalla famiglia, al quartiere, all’azienda, alle associazioni, ai partiti, ai sindacati e quanto altro possa fare da fattor comune tra i singoli. Tutto è un insieme di isolazionismi, grandi a piacere, ma contratti su se stessi e con conflitti di interessi sempre meno mediabili tra loro. Bisogna che questa situazione sia superata; è necessario far intravedere ad ognuno, che vive collocato in quest’interno, i limiti di questa situazione ed in confini del mondo che li circonda. La solidarietà, altro concetto che viene riportato, deve essere un valore ripreso, e valorizzato, senza il quale non potremo superare questi scogli; in un mondo in cui la sperequazione economica e sociale – tra poveri e ricchi, così come tra coloro che hanno e non hanno opportunità – si sta acuendo, non possiamo credere che i conflitti, più o meno esplosi, si possano sedare senza che tra le diverse fasce sociali si esprima un sentimento solidale che consenta di ripianare quelle distanze che il meccanismo economico produce.
Che non vuol dire riproporre il Welfare State così com’era, tout court. Anche se poi il meccanismo concreto dal punto di vista fiscale non può che essere quello della ridistribuzione tra i ceti del prelievo.
Ma la solidarietà è un valore, che si sviluppa come conseguenza del superamento della dimensione particolaristica e individualistica; il quale superamento abbiamo detto essere, a sua volta, conseguenza di altre cause, che vedremo poi. Faccio una breve parentesi per dire che questa solidarietà deve essere applicata non solo all’interno della società ma tra popolazioni diverse; mi riferisco al fatto che il mondo occidentale deve accettare, se non vuole pagare un prezzo elevato in termini di ricchezza e vite umane per difendersi dagli attacchi che prima o poi una parte del terzo mondo gli porterà in casa, di devolvere una parte del benessere prodotto per migliorare le condizioni di vita di quella parte della popolazione mondiale che oggi è esclusa dal benessere e dal progresso tecnologico e scientifico.
Vediamo l’altro effetto che si dovrebbe cercare di raggiungere: la soddisfazione dell’aspirazione a un equilibrio dinamico tra libertà dei cittadini e autonomie delle istituzioni. Anche questa esigenza di cui abbiamo parlato poc’anzi mi sembra, oltre che diffusa, legittima. Oggi i cittadini richiedono libertà; che non è un concetto astruso, o un diritto fatuo che rimane a se stante scritto sulle leggi. La libertà che le persone vogliono è quella concreta; libertà dai lacci di uno Stato oppressivo, in tutti i settori, dall’economia, alla burocrazia e a quanto altro di questo Stato incide nella vita di tutti. E come tale, non come “valore trascendente” dalla vita quotidiana, è anche molto più semplice da percepire. Che abbiamo visto non vuol dire riproporre lo Stato liberista, anche questo tout court. Perché, come l’Avv. Agnelli dice, questa libertà non deve coincidere con un totale abbandono dello Stato dalla regolamentazione; non deve essere una deregulation selvaggia, bensì una regolamentazione finalizzata ad assicurare il corretto svolgimento della vita di tutti. E questo lo dice uno dei maggiori esponenti del capitalismo moderno.
Anche questo è un’effetto, il secondo dei due che erano stati menzionati. Questi possono essere effetti le cui cause vengono identificate nei punti che li precedono.
Il “decentramento dello Stato”: cos’è? Il federalismo di cui oggi tutti parlano, oppure il regionalismo, oppure un’altra diversa forma amministrativa in cui potrebbe essere organizzato? Vogliamo sottolineare che la forma amministrativa in cui lo Stato si organizza può essere più o meno decentrata; ma sempre attività amministrativa e gestionale dello Stato rimane. Quello che indipendentemente da tutto risulta fondamentale è il concetto: decentramento. Che deve essere una filosofia di intendere il modo in cui vengono prese le decisioni, e misurate le responsabilità, perché questi due elementi sono biunivoci; alle decisioni corrispondono le responsabilità delle conseguenze. Da questo modello concettuale dipende il modello amministrativo che viene adottato. Oggi è necessario decentrare le decisioni per favorire lo sviluppo? Allora è necessario decentrare le organizzazioni amministrative per renderle in grado di assumere tali decisioni, avendo a disposizione i fondi necessari per attuarle in pratica; ed è necessario decentrare i punti di rilevamento delle responsabilità. Chi decide deve essere premiato o rimosso da chi subisce le conseguenze di queste decisioni; allora a decentramento amministrativo corrisponde decentramento politico. Senza dubbio è una causa che può generare come effetto quello di avvicinare lo Stato ai cittadini; non fosse altro perché si riducono i numeri di quella società, in cui l’interdipendenza tra gli individui è tanto più misurabile quanto più e circoscritto l’insieme in cui si vive. E può avere anche come effetto di ridurre l’irrigidimento di un monolite quale è oggi l’apparato burocratico di uno Stato centralista com’è il nostro attualmente; e questo può ridurre i tempi decisionali e la facilità con cui tali decisioni vengono prese. Ancora una volta le dimensioni contribuiscono.
Questo decentramento deve essere però reale, ossia spostamento di funzioni dallo Stato alle Regioni e non duplicazione di risorse e costi. Inoltre si deve salvaguardare quel concetto di solidarietà che abbiamo invocato per la società civile e che deve consentire a tutti i cittadini, sia che vivano in aree sviluppate che meno, di ottenere parità di trattamento per i servizi erogati. Questa distribuzione di risorse deve essere garantita dallo Stato centrale secondo principi di sussidiarietà tra Regioni.
Altra causa che può fortemente generare quegli effetti: la ridefinizione dei confini dello Stato in tutte le sue articolazioni. Senza che questo avvenga non sarà mai possibile riuscire a riequilibrare il rapporto tra libertà dei cittadini e autonomia delle istituzioni. Punto centrale di una riforma deve essere il confine dell’intervento dello Stato, su quali temi lo Stato deve intervenire e su quali deve invece lasciare che la regolamentazione, che comunque deve esistere, avvenga per accordi tra parti autonome e rappresentative della società civile. Abbiamo già detto prima che per riuscire ad “alleggerire” questo Stato si deve demandare maggiore attività sociale all’opera del volontariato e degli enti non-profit, inteso anche come attività sociale che lo Stato incentiva e retribuisce, ed aumentare lo spazio di intervento ed il ruolo delle authority. Meno Stato e più comunità è oggi quello che si percepisce nei cittadini. Del resto anche il fiorire di programmi e movimenti di de-ideologizzazione come il “comunitarismo” in America, di cui è leader Amitai Etzioni, che professano a gran voce un risanamento morale e politico della società, attraverso il recupero dello spazio autonomo dell’individuo e della società civile rispetto allo Stato, ci fanno capire che queste esigenze sono sentite non soltanto da noi ma anche da democrazie evolute e modelli capitalistici avanzati come gli Stati Uniti. E se questo senso del recupero dello spazio da parte dei cittadini, a scapito del ruolo dello Stato, viene sentito da un paese in cui il ruolo della società civile è ampio ed integrato con quello delle funzioni pubbliche, pensiamo a quanta strada dobbiamo fare noi in questa direzione dove lo spazio che lo Stato ha occupato è enorme e il rapporto tra Stato e società civile viene visto in contrapposizione.
Tuttavia se lo Stato deve in qualche modo alleggerire la sua presenza in molti campi è senza dubbio vitale che recuperi il suo primato nell’ambito della politica. Dove per primato intendiamo significato. Ovvero lo Stato deve riappropriarsi di un significato politico che lo porti a stabilire un legame con la società civile diverso dalla separazione che oggi esiste. Abbiamo detto che in tutti i modelli ideologizzati dell’ultimo secolo Stato e società civile stanno come contrapposti; anche nel nostro sistema politico questo è vero, non fosse altro perchè oltre al modello ideologico noi abbiamo ereditato anche il modello di Stato dalle ideologie che ci hanno preceduto.
[1](in: K. Marx, Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, a cura di U. Cerroni, Roma, Editori Riuniti, 1983, p. 141)
[2](in: G. Agnelli, discorso introduttivo del convegno “Costruire la società civile. Ruolo e dimensione del settore non-profit in Italia in una prospettiva mondiale, Il-Sole-24-Ore n. 304, edizione martedì 8 novembre 1994, p. 8)