E’ nel concetto di ideologia, come sistema di princìpi regolanti un modello, che è insito l’errore. L’ideologia è stata sempre applicata a questo scopo. Si è fatto di essa un tentativo di risposta alle necessità di funzionamento della vita collettiva, costruendoci sopra un modello di Stato più o meno funzionante, ma sempre avulso dall’individuo, dai valori che in esso risiedono; l’ideologia è sempre rimasta estranea ai valori collettivi della società, che nascono in modo non naturale, prodotti dalle mutevoli condizioni di vita dovute a modificazioni nella cultura e nel benessere economico degli individui. L’ideologia nasce ricca e muore povera. Ricca di ideali, ovvero idee espresse nella forma di concetti, ricca di aggregazione e di adesione da parte degli individui, ricca di risposte e di speranza. Questi ideali si vogliono trasformare in dei princìpi, e su questi si vuole costruire un modello di Stato che tende a perseguire l’applicazione di tali pincìpi regolando così la vita collettiva degli individui. E così muore povera; povera poprio di quei pincìpi che nel frattempo sono mutati; o che si sono dimostrati inadeguati a soddisfare le esigenze degli individui che si sono via via modificate.
L’ideologia, nella forma e nelle espressioni di società in cui noi la conosciamo, è perennemente destinata a non reggere l’urto del tempo; perché è cristallizzata, immutevole, idea ferma come è stata generata.
Facciamo solo una veloce parentesi filosofica, che verrà utile per comprendere il fine di questo progetto, soffermandoci un attimo sulla critica dell’idealismo hegeliano, che ha influenzato in modo determinante la nascita del pensiero ideologico moderno, che viene fatta da Feuerbach; egli, in maniera più sintetica di altri, si soffermò sul fatto che la filosofia hegeliana è una filosofia dell’idea a prescindere dal suo contenuto. L’idealismo volle porsi, più che come filosofia, quale sistema filosofico della conoscenza. Hegel pose alla base di questo sistema la ragione, unico strumento dell’uomo per ricavare una conoscenza vera. Gli effetti che ebbe furono quelli di creare una filosofia che più che essere filosofia del pensiero, fù filosofia del pensare; ovvero non al contenuto del pensiero si rivolse quanto alla logica del pensare. Filosofia vuota, filosofia astratta, non filosofia della realtà ma realtà pensata attraverso quelle forme del pensiero che la rendono distante; filosofia troppo rivolta alla ricerca dell’essenza, ad un’essenza che non esiste nel reale, ma solo nell’idea delle cose quali possono apparire ad un pensiero che le immagina e che cerca in esse un comune denominatore che le individui, che dia loro quell’identità comune tra gruppi omogenei che non hanno se viste con gli occhi del molteplice. E Feuerbach sintetizza molto bene questi limiti dell’idealismo quando afferma che esso preoccupandosi dell’idea, astrattamente rivolta a se stessa, distanzia gli uomini perchè non li pone sul terreno del confronto del contenuto delle idee, ma li isola nell’analisi dell’astratta speculazione delle proprie idee, che rimangono così isolate nella mente di chi le ha pensate, ed anche se ricche di contenuto questo viene vanificato in quanto non confrontato sul piano della validità attraverso la dialettica. Solo attraverso la dimostrazione della validità delle proprie idee per mezzo del confronto, con un altro pensiero, si arriva alla verità del loro contenuto; e a questa dimostrazione si arriva attraverso non un passaggio dialettico, dell’unità della determinazione con il suo contrario, meramente formale com’è quello della filosofia idealista, ma per mezzo della negazione di sé stesso e dell’accettazione del proprio contrario. <<Dimostrare non è altro che confutare. Ogni determinazione intellettuale ha il suo contrario, la sua contraddizione. La verità consiste non nell’unità del suo contrario, ma nella confutazione di esso.[1]>> Unità nella diversità, questo lo scopo del pensiero; e la dialettica il suo strumento. Negazione del pensiero pensato e fine a se stesso, non confrontato con l’altro, con altro pensiero che potrebbe essere negazione del proprio, ed in questo affermazione di una verità successiva, non superiore, ma diversa, nella quale si può anche ritrovare la verità del precedente pensiero.
In questo contatto del pensiero con il reale c’è la possibilità per il pensiero di arrivare a cogliere gli oggetti, il reale intorno, soprattutto se questo reale intorno sono altri pensieri, pensati da un altro reale, individuale, diverso da noi.
In questa dialettica degli opposti, veri perché concreti, reali perchè pensati e confrontati, può esserci il tentativo di arrivare alla verità del reale; <<Tu puoi metterti in condizione di giungere all’oggetto soltanto se ti abbassi ad essere oggetto per un altro. Tu pensi soltanto perchè i tuoi pensieri possono, a loro volta, essere pensati, ed essi sono veri solo se superano la prova dell’oggettività, se sono accettati da un altro, diverso da te, che li ha come oggetti;[2]>> metodo che, se da tempo accettato nel campo delle discipline scientifiche, ancora oggi stenta a trovare applicazione nell’ambito del sociale e soprattutto della politica.
Quindi idealismo come sistema filosofico che regola la forma delle idee isolate, del pensiero pensato, e non come dialettica del contenuto; ed ideologia come idealismo sociale, ovvero come sistema di regole formali della società avulsa dal suo contenuto reale, che sono i valori collettivi ed individuali che in essa esistono. Entrambi hanno la stessa caratteristica: la distanza dalla realtà, che per l’ideologia ha anche l’implicazione dell’evoluzione storica.
Questa piccola, e necessariamente sommaria, parentesi aveva l’obiettivo di spiegare l’identità che, a nostro giudizio, esiste tra l’idealismo nella filosofia e il concetto di ideologia che conosciamo nella politica; di come questa sia stata una conseguenza dell’idealismo; di come entrambi siano stati generati da una stessa matrice, quella dell’evoluzione della ricerca sulla conoscenza.
Ma cosa stiamo affermando; che la vita deve essere senza ideali? che chi ha creduto negli ideali ha sbagliato? Assolutamente no.
Come prima cosa dobbiamo sgomberare il campo dalla convinzione che quello di cui stiamo parlando sia estendibile all’infinito; stiamo parlando di concetti applicabili al sociale, al mondo della collettività, un tentativo di rivedere i princìpi su cui la politica può basarsi. Non stiamo affrontando il mondo individuale, dei princìpi su cui può basarsi l’individuo, o quelli su cui devono basarsi le convinzioni di ognuno di noi. L’ideale vale per l’individuo, ma quando l’ideale si cerca di applicarlo secondo un meccanismo che regoli, al fine di raggiungerlo e conseguire la sua affermazione, alla vita collettiva allora questo diventa ideologia. L’ideologia è il meccanismo, il modello, che viene realizzato per perseguire l’ideale. L’ideale è qualcosa di individuale, qualcosa in cui io credo; al limite può essere condiviso da altri. L’ideale regge nel tempo; l’ideologia è destinata al fallimento perché la società, ovvero il modello, non è statica; non può rimanere fissa e immutabile al momento in cui è stata pensata.
Quindi quello di cui si sta discutendo non è il concetto di ideale, ma quello di ideologia. Viceversa rimane importante, fondamentale, per la vita morale dell’individuo l’ideale, la sua presenza nella vita etica della persona, e la sua difesa. Facciamo un esempio: la giustizia può essere un ideale, da perseguire nella propria vita e su cui basare il giudizio che muove il proprio agire. La giustizia è un ideale individuale, e come tale ognuno può interpretare personalmente la sua applicazione. La giustizia può diventare un ideale che viene salvaguardato nella società, se esso viene condiviso dagli altri individui che sottoscrivono un patto in cui la salvaguardia di questo unico ideale ne viene posta alla base. Se poi volessimo pensare un meccanismo, che regoli la vita collettiva affinché questo unico ideale venga perseguito, su cui fondare totalmente, in un determinato momento, un modello di Stato, allora avremmo generato il “giustizialismo”; un’ideologia basata solo sul concetto di giustizia applicato al momento, che modelli la società attraverso il fine ultimo del suo perseguimento; e come tale destinato sicuramente al fallimento.
Questo, è quello che stiamo affermando: la giustizia avrà sempre valore come ideale, mentre il “giustizialismo”, se esistesse, come ideologia sarebbe inevitabilmente destinato, nel tempo, a fallire. Perché la giustizia muta con il mutare della società, con la sua evoluzione, sia come costume che come pensiero. E nel momento in cui noi volessimo regolare la vita della collettività secondo i principi di giustizia che conosciamo, in quel frangente di tempo in cui stiamo creando il nostro modello di Stato basato sul “giustizialismo”, allora avremmo cristallizzato un ideale impedendogli di evolvere insieme alla società.
Non è per caso vero che oggi giustizia ha un significato diverso da quello che aveva cinquanta o cento anni fa? Non solo nelle cose che oggi sono diversamente accettate, e quindi non perseguibili, ma anche nelle sanzioni che sono previste per i reati. Pensiamo alla pena di morte; a quanto essa sia stata applicata con la convinzione che essa fosse uno strumento per ripristinare la giustizia lesa. Nel nostro ordinamento è stata cancellata da “appena” sessanta anni; senza parlare di quegli stati in cui ancora esiste, e che si dichiarano democratici. Ecco perciò che qualsiasi ideale, anche il più nobile, applicato come principio ispiratore di un modello viene cristallizzato, fermato nella sua evoluzione; e di conseguenza il modello che a tale principio si ispirava, degno nella sua validità, destinato al fallimento di fronte alla storia.
Voglio spiegarmi con un altro esempio: alla base del socialismo c’era un ideale di giustizia economica, di equità sociale tra gli individui. Ebbene ancora oggi questo ideale è valido. Il comunismo, l’ideologia, ovvero il modello di Stato che fù creato per perseguire il raggiungimento di questo ideale, è fallito. Perché è l’ideologia destinata al fallimento, non l’ideale. Quello mantiene il suo valore al di là dei tempi. Qualcuno disse che Gesù era stato il primo comunista perché anche nella religione cristiana viene professata la solidarietà; una storpiatura nella quale in fondo c’è una verità, cioè che gli ideali attraversano le ideologie nel tempo.
Perciò è l’ideale ciò che ha valore, il suo contenuto. Non solo, ma quello che può accadere, nell’ideologia, è che il perseguimento dell’ideale corre il rischio di essere interpretato a tal punto che questo stesso venga perso di vista. Per ritornare all’esempio della giustizia nel cosiddetto “giustizialismo” l’estremo perseguimento della giustizia oltre ogni limite, moltiplicato tra i molti, diventerebbe ad un certo punto vendetta.