Per concludere vogliamo gettare uno sguardo in avanti verso quello che sta avvenendo nell’evoluzione storica della nostra società.
Ciò di cui dobbiamo convincerci è che i problemi nei quali oggi la politica si sta dibattendo sono superati, appartengono ad un modello di società superata. Quelli di cui nessuno si occupa sono i problemi di un mondo che avanza con velocità enorme: di una società multietnica, in cui si pone forte il nodo di quali diritti riconoscere a questi nuovi cittadini; di una società in cui diverse religioni devono convivere, in cui finisce il monopolio millenario del cristianesimo; di come assicurare opportunità eguali a tutti gli individui; di come superare la sempre crescente distanza economica tra gli estremi delle classi sociali; di come rendere fruibile la risorsa più preziosa tra quelle oggi a disposizione dopo quella energetica: il tempo.
Fermiamoci per un momento a riflettere su questo ultimo punto del tempo. Noi abbiamo sempre considerato il tempo una costante, e come tale ad esso non abbiamo mai attribuito una valenza economica. Se noi pensiamo che ci muoviamo in un mondo in cui tutto, o quasi, ciò che è reale ha come dimensione il rapporto spazio-tempo, che anche la nostra attività sensoriale è basata sulla dimensione spazio-tempo, e che tutta la nostra fisicità è immersa in queste dimensioni, ci sovviene subito che ad una sola di queste due variabili, lo spazio, abbiamo attribuito una valenza economica. Al tempo in quanto tale non è mai stato attribuito un valore, nel senso economico del termine.
Anche laddove il tempo viene usato nella società capitalistica a fini economici, per misurare ad esempio la produttività, ciò a cui attribuiamo un contenuto economico è il lavoro che, nell’unità di tempo, viene prodotto. Lo spazio, viceversa, ha nella nostra civiltà un valore economico, anche a sé stante, al punto tale che come grandezza economica viene usato al pari di altre merci anche come scambio. Il tempo ha invece un valore solo se legato alla produttività; da solo, a sé stante, non è una grandezza economica. Noi possiamo scambiare delle merci con dello spazio, il cui valore può variare in funzione di dove è collocato; ma nessuno di noi scambierebbe delle merci con del tempo. Questo ci dà la conferma che il tempo non è una grandezza economica. Tanto che gli stipendi ordinari dei lavoratori sono basati sul principio della retribuzione delle giornate lavorate; quindi ancora una conferma che è l’attività prodotta nell’unità di tempo quella economicamente rilevante.
Oggi però l’evoluzione tecnologica sta trasformando completamente il mondo, al punto tale che anche il tempo non vale più come costante. La società tecnologica sta introducendo dei cambiamenti epocali nella nostra capacità di percezione, soprattutto quella informativa, cioè intellettuale. La capacità informativa, sia verso che da il mondo esterno, che ogni individuo potrà esprimere sarà addirittura indipendente dalle sue coordinate spaziali, ovverosia da dove esso si trova; ma addirittura anche dalle sue coordinate temporali. Voglio dire che l’individuo avrà a disposizione degli strumenti che gli permetteranno di rompere le barriere spazio-tempo di cui oggi noi disponiamo; grazie ai supporti informativi ed alle reti informatiche gli sarà consentito di svolgere più attività contemporaneamente, comprimendo il corso del tempo. L’unione di informatica e telecomunicazioni sta aprendo l’accesso ad informazioni strutturate in maniera fino a ieri impossibile; grandi basi dati alle quali potremo accedere in maniera interattiva indipendentemente da dove siano ubicate, attraverso consultazioni non coinvolgenti che ci forniranno il risultato delle nostre ricerche senza il diretto impegno dell’individuo; tutto questo unito alla trasmissione di dati e immagini e fonia che ci consentiranno di incontrare in piazze virtuali altri individui in un modo fino a ieri impensabile; andrà ad incidere con la nostra percezione informativa e intellettuale.. E questo non ha nulla a che vedere, o non solo, con un aumento della produttività dell’individuo, così come oggi la intendiamo.
Inoltre sia l’incidenza della pressione fiscale, in aumento, che l’estensione dell’età lavorativa necessaria alla maturazione della pensione, potranno rendere il tempo una grandezza economica che andrà a far parte della retribuzione. Per figure professionali di alto livello, che superano una certa soglia di guadagno, la pressione fiscale incide per metà della loro retribuzione; e questa nel tempo non potrà ridursi. Già oggi se pensassimo di diminuire, per una figura professionale di questo livello, parte dell’attività con una collaborazione di tipo part-time ne deriverebbe un guadagno reale. Infatti a fronte di una riduzione della sua attività lavorativa di un quarto del tempo, il livello reale di guadagno, lo stipendio netto, sarebbe intaccato di meno di un sesto. E questo tipo di modello è stato applicato anche recentemente in occasione della grande crisi economica del 1991-94 che ha toccato fortemente le aziende di tecnologie avanzate, come quelle del settore informatico, dove c’era una maggiore presenza di figure professionali di alto livello come quelle descritte. Il concetto di tempo da spendere assumerà un significato diverso da quello che oggi intendiamo; potremo pensare che il tempo entrerà a far parte della retribuzione e dei benefits nelle condizioni da concordare tra lavoratore e azienda, che potrà essere speso durante, o alla fine, della carriera dell’individuo.
Senza parlare del fatto che appunto la rivoluzione tecnologica sta introducendo l’uso del lavoro a distanza, che porterà anche in questo una modifica del tempo realmente trascorso nel lavoro, e che stresserà molto il concetto di misurazione per obiettivi e non più per mansioni. Per gestire una trasformazione di questa portata sarà necessario avere una capacità di pianificazione e di traguardo verso il futuro che l’attività politica non sa oggi esprimere.
Quello che sta succedendo nella nostra società è per certi versi molto simile al processo di sostituzione di classe che avvenne nel rinascimento, dove all’aristrocrazia, quale classe dominante, si sostituì la nascente borghesia cittadina; la forbice ricchezza-povertà si sta aprendo sempre di più e nell’estremo superiore della società si sta concentrando una razza, la nostra, che vede nella chiusura e nel mantenimento dei propri privilegi l’unica difesa al sopravanzare dal basso di nuove individualità. L’asse del conflitto sociale è oggi orientata in modo verticale, da sud a nord. Dove per sud è inteso sia il nostro mezzogiorno, che il sud del mondo; sia che il conflitto si limiti entro i confini nazionali, con la ormai consunta disputa tra un nord a suo giudizio laborioso che paga i mali di un sud parassitario; sia che travalichi i limiti geopolitici, con il grande problema dell’immigrazione dai paesi sottosviluppati, in entrambi i casi la risposta è puntualmente quella della chiusura, e l’atteggiamento non è mai quello della soluzione ma dell’eliminazione del problema. Ed ecco allora che, nel caso del problema nazionale, la risposta diventa il federalismo inteso nel senso dell’autarchia; nel caso del problema dell’immigrazione, l’emarginazione e il rifiuto del diverso. Anche se spesso questo si traduce in una guerra tra poveri dove paradossalmente è proprio il senso della solidarietà quello che viene a mancare di più.
Certo è che la nostra società è oggi uno spaccato di classi sempre meno omogenee, discontinue, con i poveri sempre più poveri ed i ricchi sempre più ricchi. Il ceto medio è esclusivamente formato da “bianchi” che appaiono sempre più simili all’aristocrazia medievale, chiusa su se stessa nel difendere i propri privilegi. Non bisogna essere degli indovini per affermare che non possiamo assolutamente fermare questo processo di integrazione etnica; tutt’al più quello che possiamo fare è guidarlo, per evitare che esso sfoci in un conflitto.
Dobbiamo comprendere che questo processo, che è soprattutto un evento storico, sia non solo inevitabile ma assolutamente benefico alla nostra società. Visto che abbiamo tentato un’analogia con l’avvento della classe borghese nel vecchio sistema feudale, e quanto essa abbia contribuito all’emancipazione del modello sociale, non possiamo che essere positivi verso i risultati che questo processo avrà nei confronti della nostra società. Pensiamo alle energie che questi individui portano con sé; alla diversità di cultura e tradizioni che essi rappresentano; alle capacità intellettuali e manuali da cui possono trarre vantaggio anche tradizioni professionali e produttive, che garantiscono una ricchezza ed una salvaguardia di contenuti, oramai quasi in via di completa sparizione nella nostra società; e per finire, allo sviluppo di una maggiore cultura della tolleranza, sia razziale che religiosa, che una società multietnica necessariamente deve comportare. Senza tener conto che la ridotta natalità delle società evolute genera un enorme buco nei sistemi previdenziali che può essere colmato solo aprendo alle nuove forze produttive che possono arrivare da un’immigrazione integrata.
Ora, tutto questo significa che la politica ha l’obiettivo di guidare questo processo trovando gli strumenti atti a far sì che nel divenire degli eventi non si abbia a generare la sostituzione di una razza con un’altra, di una civiltà con una diversa: che non si scateni un conflitto tra razze ma si arrivi ad un’integrazione tra culture diverse; il rischio che corriamo è altrimenti la perdita di identità culturale. E’ qui che i partiti, quei nuovi partiti politici nati secondo quell’identità e quella corrispondenza a dei valori ritenuti fondamentali per l’evoluzione della società, hanno un loro insostituibile ruolo. Quello di rappresentare la modernità o il conservatorismo di fronte all’avanzare e al modificarsi della società nuova, quella che si andrà costruendo nel terzo millennio dell’umanità.
Per tutto ciò che ho detto finora è comprensibile capire perché i partiti, così come oggi sono costituiti, non sono assolutamente in grado di guidare la società in questa evoluzione. Chi può pensare quale sarà il risultato a cui porterà una società nuova, multirazziale, se coloro a cui è deputato questo guardare avanti, spendono ogni minuto a guardare indietro.
Non è facendo finta di non vedere, oppure continuando a demandare all’assistenzialismo delle organizzazioni umanitarie e religiose, oppure convincendoci che il problema della società multirazziale sia il fastidio dei lavavetri al semaforo, che affronteremo questo irreversibile momento storico. Se la politica, ovvero quella che noi avremo eletto, non tenterà di trovare una soluzione che avvicini il problema, se non realizzerà gli atti necessari, ci ritroveremo senza strumenti nel momento in cui ci arriverà improvvisa e inaspettata la domanda di dignità politica e sociale da individui che avranno consolidato le loro radici professionali, economiche e culturali nel nostro mondo, senza che di questo ce ne saremo resi conto. Il problema della società multietnica spaventa gli individui, soprattutto in un contesto di minori sicurezze nel campo del lavoro, e favorisce la cultura del rifiuto e quella mancanza di solidarietà che altrimenti non sarebbe concepibile tra strati contigui della società; ma esso si porta dietro un altro grande problema: quello delle parità di opportunità, che oltre ad essere già esistente all’interno del modello oggi applicato diventa esponenziale nel momento in cui questo processo di immigrazione si acuisce.
Tutte queste considerazioni fatte non vogliono assolutamente essere esaustive di un problema di così grande portata storica; né vogliono essere sassi in uno stagno così tanto per parlare di problemi di cui tutti, bene o male, ne abbiamo coscienza. Quello che abbiamo voluto sottolineare è che la società civile si muove con una rapidità che non consente soste; che quanto detto in queste pagine deve essere fatto in modo veloce, perché i problemi che abbiamo di fronte non ci consentono di sprecare energie in dibattiti ideologici, ma queste devono essere liberate per dare risposta ad istanze che ci pervengono da un mondo che, oltre a mutare velocemente, è talmente integrato che non può rimanere distaccato da quello che gli accade intorno. Ed inoltre non possiamo pensare che quanto costruito rimanga immutato nel tempo.
Per concludere con un concetto che sarebbe stato caro ad Hegel, le filosofie sono periture in quanto esprimono la società che le ha partorite; hanno un ciclo di vita, una durata. In questo senso non esiste qualcosa di immutabile, e come tutte le cose umane anche le idee filosofiche sono destinate ad essere superate.
Perciò il valore di una idea filosofica non è misurabile da quant’è la sua durata, ma da qual è il contributo che essa ha dato all’evoluzione del pensiero e dell’umanità tutta. E nel momento in cui si è spenta l’eco della sua esistenza, da quanto gli uomini che hanno agito in suo nome hanno saputo fare per accrescere l’evoluzione dell’uomo, spinti nelle loro azioni dai valori che quella filosofia promulgava. Sono i valori che rimangono e che si affermano e non le idee filosofiche, che sono la forma che i valori nel tempo assumono.