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La conoscenza intellettiva

Cartesio fù il primo filosofo che fece del pensiero lo strumento attraverso il quale raggiungere una conoscenza razionale della realtà. Ciò non signfica che altri filosofi che lo precedettero non conoscessero il pensiero, ma Cartesio gli tolse la suggestione dell’immaginazione come facoltà della conoscenza. Egli per primo realizzò un sistema filosofico basato sul pensiero che attraverso il dubbio ci consente di arrivare alla certezza dell’esistenza; pose alla base di tutto il sistema il dubbio come metodo, che ci porta, attraverso la sua costante applicazione, alla certezza del pensare e quindi alla certezza del razionale. Il famoso “cogito ergo sum”. L'attività del pensare assurse, con lui, a base della certezza dell'esistenza razionale. Anche la dimostrazione dell'esistenza di Dio diventa una dimostrazione razionale.

E’ tuttavia con Kant che l'analisi si sposta dal pensiero come contenuto, al pensiero come forma, in particolare alle forme del pensiero che sono alla base della conoscenza umana. La forma del pensiero su cui Kant si intrattiene, ponendola quale base del suo sistema, è il giudizio. Ancor prima del contenuto egli ne analizza le forme, la formazione ed il contributo che essi apportano alla conoscenza. I giudizi si distinguono, per lui, in analitici e sintetici in funzione del fatto che possano attingere o meno dai dati dell'esperienza; i primi non estendono la nostra conoscenza ed hanno la funzione di distinguere le caratteristiche del soggetto analizzato; i secondi invece estendono la conoscenza poiché riescono a ricavare delle proprietà del soggetto non immediate. Tutti i giudizi analitici sono a priori e non hanno bisogno dell’esperienza; essi affermano cose incondizionatamente valide, ma sono astratti. I giudizi sintetici invece possono essere a priori o a posteriori. Kant propone di cercare la base dei giudizi riguardanti l'esperienza, non nell'esperienza ma in noi stessi. E' nel soggetto pensante il fondamento dei giudizi che riguardano l'esperienza. Conoscere non significa solo ricevere dei dati, ma elaborarli e sintetizzarli attraverso delle "forme a priori" proprie di ogni soggetto. L'esperienza è la sintesi dei dati operata dall'attività trascendentale secondo delle forme a priori che sono lo strumento della conoscenza. Queste forme a priori non sono le idee innate delle precedenti filosofie, in quanto non sono complete di forma e contenuto e quindi non sono oggetto di conoscenza. Le forme a priori, che danno al pensiero la possibilità di estendere la conoscenza attraverso la formulazione di proposizioni universali, sono comuni ai soggetti pensanti. Queste proposizioni universali, ed è qui il grande pragmatismo di Kant, non possono essere applicate al di fuori del mondo empirico. Ricapitolando possiamo dire che così come i giudizi sintetici a priori corrispondono alla conoscenza, così le forme a priori corrispondono alle facoltà conoscitive.

La continuità di Kant con Cartesio è proprio attraverso la conoscenza, che per lui si forma nell'intelletto, e che ci dà delle certezze relativamente al mondo intellegibile. Nella sua opera l'"Estetica trascendentale" egli divide il problema della conoscenza in funzione delle facoltà conoscitive di  sensibilità, intelletto e ragione. La prima forma di conoscenza è quella sensibile fondata sulle intuizioni pure delle forme a priori di spazio e tempo. Attraverso queste due forme a priori, soggettive, noi misuriamo i fenomeni e li percepiamo per mezzo della nostra sensibilità. Anche l'attività di percezione passa da attività passiva ad attiva. Lo spazio è la forma a priori della sensibilità esterna; il tempo è la forma a priori della sensibilità interna. Le intuizioni sensibili vengono elaborate dalla conoscenza intellettiva che esprime concetti e giudizi. Questa attività intellettiva è complementare a quella dell'intuizione sensibile; si passa dalla percezione dell'intuizione all'esperienza e, quindi, ai giudizi. Mentre però l'intuizione ha una funzione discriminante, quindi il molteplice della realtà viene conosciuto come tale, l'intelletto ha una funzione raggruppante che trasforma la molteplicità in unità. Il concetto, che deriva dalla funzione intellettiva è universale. Quando il concetto ci sembra particolare in realtà è una tipologia unica che, grazie ai riferimenti spazio-temporali dell'intuizione che collocano l'universale nella realtà, diventa molteplicità.

Anche per l'intelletto, come per la conoscenza sensibile, esistono delle forme a priori che egli chiama, nell’"Analitica trascendentale", categorie. Esiste un modo in cui l'intelletto applica le categorie alla molteplicità del mondo sensibile: secondo gli schemi trascendentali. Questi schemi, per cui ogni categoria si avvale di un preciso schema, sono il punto di unione tra senso e intelletto.

L'Io penso, cioè la funzione stessa del pensiero, la coscienza del pensiero, è l'attività unificatrice dell'esperienza. Esso è la più alta forma di sintesi, comune coscienza che trascende quelle particolari, al di fuori del tempo, che organizza i pensieri. L'Io penso non è sostanza separata ma funzione del pensiero.

Se esiste un fenomeno possiamo supporre l'esistenza di un qualcosa non collegabile al mondo sensibile e che non si presenti a noi nel modo in cui i nostri sensi possano percepirlo. Questo qualcosa viene chiamato noumeno, che supera la realtà fenomenica, di cui noi non possiamo conoscere nulla. Nella "Dialettica trascendentale" Kant dimostra l'infondatezza della metafisica, come scienza che cerca di estendere la sua conoscenza ad un mondo sovrasensibile, cioè di portare la nostra conoscenza oltre il mondo fenomenico.

Mentre l'intelletto coglie i dati dell'intuizione sensibile, il concetto, la ragione organizza in un unico ordine i concetti. Per riuscire in questo disegno unificatore dell'esperienza la ragione crea le idee a cui cerca di far corrispondere il contenuto del noumeno. Poichè il noumeno non è determinabile, in quanto non corrispondente a precise realtà fenomeniche, alle idee non corrisponde alcun contenuto. Non solo, ma non essendo il noumeno sperimentabile, e quindi non essendo possibile applicare ad esso le categorie dell'intelletto, e conoscibile, non è pensabile fondare una scienza delle idee, che sono vuote di contenuto. La metafisica come scienza delle idee, che cerca di estendere la conoscenza a entità trascendentali, è per Kant un'illusione. Per lui le idee hanno funzione di regole che servono a guidare la nostra mente verso una maggiore sistematicità del sapere. Di conseguenza ogni azione è regolata dalla ragione e spinta dalla volontà.

Nella "Critica della ragion pratica" Kant dimostra come l'uomo nella sua volontà morale è libero dagli impulsi sensibili, soggetto solo alla ragione, in piena autonomia. Scopo dell'azione morale è il sommo bene che consiste in un'attuazione, proporzionata al valore della persona, dell'unione tra virtù e felicità. Attuare il sommo bene presuppone l'immortalità dell'anima che progredisce verso la santità e l'esistenza di Dio che garantisce la proporzionalità tra felicità e virtù. Sono quindi questi tre postulati (autonomia, immortalità dell'anima e esistenza di Dio) che sono alla base della legge morale; trascendendo il mondo fenomenico, e configurandosi come noumeni, ridanno valore alla metafisica che Kant aveva negato nella "Dialettica trascendentale". Essa è tuttavia una metafisica improntata non sulla conoscenza ma sulla volontà: non è importante conoscere l'esistenza di questo mondo noumenico, ma volerne l'esistenza. Non è importante conoscere che questo mondo della morale sia fondato realmente su questi postulati, ma volere l'esistenza di queste regole alla base della morale ed agire, affinché attraverso l'azione sia affermato il sommo bene.

Kant pone nell'intelletto la facoltà del pensare, e non bisogna dimenticare che egli vive durante l'illuminismo, periodo nel quale le facoltà intellettive dell'individuo vengono esaltate sopra ogni cosa.

Egli ha sicuramente creato un dualismo tra intelletto e ragione, tra mondo fenomenico e mondo noumenico, tra conoscenza e volontà, tra ragion pura e ragion pratica. I suoi critici partirono proprio dall'attaccare questo dualismo cercando di riunificare in un'unica facoltà del pensiero la base della conoscenza.

Con Kant possiamo dire che si chiude l’illuminismo sia sotto il profilo filosofico che storico. Dei pensatori che lo seguirono ci concentreremo solamente su Georg Wilhelm Friedrich Hegel. Egli pone, con la negazione del criticismo, il distacco dal periodo illuminista che aveva raggiunto, appunto con Kant, la sua massima evo­lu­zione. Questo distacco non si ferma al piano filosofico ma porta con sé la negazione di quei princìpi, espressi compiutamente dalla Rivolu­zio­ne francese, abbinati a quell'intelletto che lui nega come fonte di ve­ra conoscenza. La sua critica a Kant è rivolta infatti a esaltare la ragione di contro all'intelletto. Kant è figlio dell'illuminismo, pe­riodo nel quale la necessità è quella di capire il mondo fenomenico per ricavare leggi valide universalmente. L'intelletto come facoltà del pensare, dell'Io come attività e non come sostanza, collega tra loro le intuizioni mediante i concetti. La ragione il cui scopo è quello di or­ganizzare in un sistema unico tutti i concetti elaborati dall'intel­le­tto genera, a tal fine, le idee come concetti che dovrebbero riflet­tere in sé le determinazioni ultime del "noumeno".Le idee sono soltanto del­le esperienze, necessarie si, ma prive di con­te­nuto. La sua filosofia aveva aperto le porte ad una conoscenza del razionale non come è ma co­me "deve essere".

Per Hegel l'idea non si limita a dover essere ma è. Essa è appun­to una razionalità reale o una realtà razionale:<<Ciò che è razio­nale è re­ale e ciò che è reale è razionale[1]>>. Tutto ciò può essere colto uni­ca­mente ponendosi dal punto di vista di una filosofia nuova, cioè di una filosofia come considerazione pensan­te; <<la filosofia può essere definita dapprima, in generale, la con­si­derazione generale degli oggetti [...] il contenuto umano della co­sci­enza, operato dal p­ensiero, ma come sentimento, intuizione rappre­sen­tazione - forme, che sono da distingue­re dal pensiero come forma[2].>> Il sentimento è un modo della coscienza, una forma del pensiero, non prodotto dalla riflessione che, invece, o­pe­ra su di esso generando pen­siero come forma. Fatta que­sta distinzione è al pensiero come forma, sopra a quelle forme di pen­siero che sono i modi della coscienza, che viene deputata la funzione del ragionare.

Lo strappo è attuato, il distacco dall'illuminismo netto. Tutta­via esso è fatto nel rispetto di quanto acquisito dall'evoluzione del pen­si­ero filosofico fino ad allora. Ecco che l'intelletto passa, dal gene­rare concetti, a generare rappresentazioni che rivestono tuttavia un ruolo fondamentale nella conoscenza : <<Onde la filosofia può ben presupporre, anzi deve, una certa conoscenza dei suoi oggetti, come anche un interessamento per essi: non fosse altro per questo, che la coscienza, nell'ordine del tempo, se ne forma prima rappresenta­zioni che concetti; e lo spirito pensante, solo attraverso le rappresentazio­ni e lavorando sopra queste, progredisce alla conoscenza pensante e al concetto[3].>>

 

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[1] (in: Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Prefazione, in Lineamenti di Filosofia del Diritto [Grundlinien  der Philosopie des Rechts, 1821] a cura di G.Marini,  Roma-Bari,  Laterza, 1991, p. 14)

[2](in: G. W. F. Hegel, Enciclopedia delle scienze filosofiche, Antologia, a cura di A. negri, Roma-Bari, Laterza, 1987, p. 78)

[3](ivi, p. 77)